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IL PERSONAGGIO

Pupi Avati si racconta a Parma: «Il film della mia vita»

Intervistato in piazza dal direttore della Gazzetta Michele Brambilla

17 giugno 2018, 07:00

MARGHERITA PORTELLI

Non aveva ancora messo mano al suo primo film, che già aveva scritto il discorso di ringraziamento per la cerimonia degli Oscar. Era in quell’età in cui ci si trova a decidere se «frequentare i propri sogni o rinunciarvi», Pupi Avati, e - con una dozzina di amici, quelli storici che bazzicavano il bar «Margherita» in una Bologna in pieno ‘68 - scelse di provarci: «Facciamo un film» disse. Ieri, in piazza Garibaldi, intervistato dal direttore della Gazzetta di Parma Michele Brambilla, il regista, sceneggiatore, produttore e scrittore è stato protagonista di un seguitissimo incontro, inserito nel cartellone della rassegna «Domenica Live in Parma», promossa dall’assessorato alla Cultura del Comune di Parma in collaborazione con La Domenica de Il Sole 24 Ore.

«Il film della mia vita», questo il titolo dell’appuntamento, è stato il racconto straordinario di un’esistenza da cinema dedicata al cinema, capace di catturare l’attenzione di un’intera piazza e riavvolgere il nastro di una cinquantina d’anni, in un lungo flash back color seppia che, grazie a una straordinaria capacità dialettica e narrativa del regista, ha restituito alla perfezione l’atmosfera nostalgica di alcuni fra i suoi più riusciti film. È partito dal principio, Pupi Avanti. Da quando, cioè, promettente clarinettista in un’orchestra di soli ginecologi, disse addio alla musica jazz perché, da un giorno all’altro, dovette dividere una tournée con un secondo clarinetto apparentemente negato che poi si rivelò geniale. Un nanerottolo chiamato Lucio che si mise fra lui e il suo sogno. Di cognome, faceva Dalla. «Ho chiuso l’astuccio e ho smesso di suonare, ma mi dissi che volevo ricominciare – ha ripercorso Avati -: decisi di farlo partendo dalle ragazze, perché la bellezza è la cosa più terapeutica e appagante che ti può capitare».

Così, quando in via Rizzoli, un giorno, incappò nella donna più bella che gli fosse mai capitato di vedere, sguinzagliò l’amico capace di attaccare bottone. «Una sera, dopo una caccia al tesoro, ebbi l’opportunità di accompagnarla a casa – ricorda –; avevo cinque chilometri per convincerla che fossi il più brillante e interessante uomo che avesse mai incontrato. Non dissi una parola». Uno stratagemma per rubarle un bacio alla fine lo trovò, otto mesi dopo si sposarono e nel 2014 hanno festeggiato le nozze d’oro. Nel mezzo i figli, le incomprensioni, la separazione e il riavvicinamento, nella consapevolezza di essere custodi l’uno dell’altra.

Al tempo Avati vendeva bastoncini Findus ed era anche abbastanza bravo, ma decise di lanciarsi nell’avventura del cinema: galeotto fu Fellini, con «8 ½» trasmesso sullo schermo di un dopo lavoro ferroviario in un pomeriggio qualunque. Scelse di fare un film, di conquistare quel sogno come aveva fatto con quella donna stupenda, e la sorte diede il suo fantasioso contributo.

La storia pazzesca con cui trovò i finanziamenti (fra nani megalomani, gatti domati e ignoti mecenati) è solo uno dei tanti aneddoti per cui è valsa la pena accomodarsi ad ascoltare. Alla fine, «Balsamus, l’uomo di Satana» fu un flop totale, ma il sogno era stato acciuffato.

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