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TRADIZIONE

«Rozäda äd San Zvàn», non solo tortelli

18 giugno 2018, 07:00

LORENZO SARTORIO

« Rozäda äd San Zvàn» non solo tortelli, ma anche tanta magia ed altrettanto mistero. Maria Castelli Zanzucchi, scrittrice ed etnologa, fornì una saggia interpretazione della magica notte solstiziale. «Il sole - annotò la studiosa - raggiunge il 22 Giugno il punto più alto: è sapere comune che la notte di San Giovanni è il tempo in cui i pianeti ed i segni zodiacali concorrono a caricare di virtù le pietre e le erbe. E' una notte magica, la notte dell'impossibile, dei prodigi, degli inganni, degli influssi malvagi e delle streghe». La notte di San Giovanni, infatti, è definita anche «notte delle streghe» che la tradizione vuole vedere danzare sotto un noce. E' la notte dei falò che i nostri vecchi accendevano per perpetuare un rito antico. Nella notte della «rozäda» la terra si imbeve di prodigiosi influssi e le erbe medicinali, madide di rugiada, acquistano maggiore efficacia. Il prezzemolo («bonjèrbi») bollito e messo in fusione preservava dall'invidia, dalla stregoneria e dal malocchio. Le ragazze, per trovare l'amore, dovevano, sempre e rigorosamente nella notte solstiziale, strofinarsi sul corpo una foglia di mentuccia. I contadini, dal canto loro, erano fermamente convinti che inumidendosi il viso con le foglie di tarassaco («pisacàn»), imbevute di rugiada, avrebbero combattuto i malanni. Anche le «rezdore» custodivano i loro segreti, infatti usavano esporre, quella notte, le coperte del letto e gli abiti dei congiunti che avevano più cari onde preservare gli abiti dalle tarme e le persone dalle sciagure. La rugiada ed il clima purificatore della notte magica servivano a rendere più bianca la tela che veniva stesa sull'erba. Si cavava l'aglio e lo scalogno che venivano stesi nell'orto perchè la rugiada potesse irrorarli e quindi preservarli dal marciume, come pure le noci per fare il balsamico «nocino» dovevano essere spiccate nella magica notte solstiziale, poco prima della mezzanotte, in quanto alla rugiada spettava il compito di irrorale con il suo benefico influsso. I frutti dovevano essere raccolti da mano femminile, a piedi nudi ed il taglio doveva essere effettuato con una lama non di metallo, ma di legno duro, purchè non di noce. Di rigore raccogliere anche i «perén äd San Zvàn»: perine gustossime che, se non raccolte nella notte solstiziale, «fan ‘l bégh» chiamato, appunto, «zvanén». L'usanza di raccogliere erbe e frutti nella notte di San Giovanni è ancor oggi in uso in qualche zona della campagna e della pedemontana ricalcando antichissime tradizioni. Quali sono, allora, le «erbe di San Giovanni»? L'artemisia («cintura del diavolo») si riteneva avesse il potere di rendere fertili, l'iperico («caccia diavoli») era ritenuto potentissimo«Rozäda äd San Zvàn»la camomilla veniva raccolta con la mano sinistra facendo attenzione che i fiori non toccassero terra, la malva e la ruta preservavano dal malocchio bambini e giovani coppie di sposi, la savina era ritenuta ricca di virtù curative, il ranuncolo doppio («pe d'oca») si utilizzava per impacchi contro le vesciche. Dalla chelidonia maggiore («sèddol») si estraeva un lattice giallognolo efficace per estirpare verruche e fare cadere denti doloranti, il camedrio («erba cuersóla») si pensava potesse possedere proprietà diuretiche e depurative, con il semprevivo dei tetti («guärda cà») si curavano herpes, orecchioni e si combatteva il malocchio.

Inoltre con le «dita medicinali» ( pollice e anulare), si raccoglievano l'elleboro nero e lo stramonio che preservavano dal malocchio e curavano l'isteria. Ed ancora: il tasso barabasso era utilissimo a mitigare i dolori, la dulcamara era ritenuto efficace rimedio per le malattie della pelle. Altre erbe solstiziali erano: l'erba morella («solàn»), il terribile giusquiamo («èrba da pjäghi») veleno potente che addormenta il dolore, la belladonna utilizzata per calmare gli spasmi dei parti, mandragora e datura capaci di procurare sortilegi e deliri. Si raccoglievano pure, battezzate dalla rugiada, le galle («gargàli») per curare dissenterie ed emorroidi, l'assenzio («metégh»), utilizzato come cardiotonico e somministrato anche ai conigli «imbalonè» (con il ventre gonfio), la gomma-lacca dei ciliegi per preparare oli contro i reumatismi, le bacche dell'olmo per curare tagli e ferite, i petali della rosa canina («róza salvàtga») contro la tosse.

La magia della notte di San Giovanni coinvolgeva anche i rabdomanti i quali ricavavano, nella notte solstiziale, dai rami di acacia, nocciolo o salice la loro bacchetta biforcuta per l'individuazione di vene d'acqua sotterranee. Ma era la bacchetta di nocciolo la più gradita ai rabdomanti per le loro arti divinatorie. Il ramo di nocciolo, secondo la tradizione, pare che tenga lontani vipere, ragni e malintenzionati. Sempre la tradizione vuole che i rametti biforcuti di nocciolo riuscissero ad individuare tesori nascosti sotto terra. Di nocciolo erano fatte le bacchette magiche del Mago Merlino e della Fata Morgana come pure il manico della scopa della Befana. Il rabdomante, munito della sua bacchetta individuata nella notte «d'la rozäda», nelle giornate serene e senza vento, dopo aver scrutato il volo degli uccelli ed averne decifrato il significato segreto, si metteva all'opera non prima di aver compiuto l'atto scaramantico di infilare dentro la scarpa sinistra una spiga di grano e di avere gettato dietro le spalle tre manciate di sale. Le arti divinatorie del rabdomante si potevano palesare anche nelle serate estive interpretando il volteggiare delle lucciole che nei campi ricamano luminose linee immaginarie che, secondo la tradizione, dovrebbero segnare vene d'acqua sotterranee.

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