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Dramma

Superchi, il dolore dell'amico medico: «Se n'è andato un combattente»

22 giugno 2018, 07:00

Laura Frugoni

«Sono devastato. Per me Paolo era come un fratello...»,

La voce di Bertrand Tchana arriva in un sussurro: quasi di sorpresa, dopo ore di sterile duello con la segreteria telefonica. Facile capire: Tchana è un cardiologo di fama, dallo scorso dicembre è lui a dirigere la Cardiologia pediatrica, uno dei fiori all'occhiello del Maggiore. Infila il camice al mattino presto all'Ospedale dei bambini, se ne va al tramonto. E riaccende il telefonino.

Di lui e della sua vita avventurosa la «Gazzetta» aveva già raccontato. Ora però c'è da raccontare un'amicizia, e nel momento più doloroso: il legame d'acciaio che univa Bertrand Tchana e Paolo Superchi, il motociclista di 49 anni che l'altra sera ha perso la vita nel terribile schianto in via Burla.

Te li immagini per un momento insieme. Fratelli diversi, certamente. Ma di quella diversità che diventa il sale di un incontro, il cemento di un dialogo genuino e sempre spalancato anche se le idee che ascolti non sono quasi mai le tue.

«Ci siamo conosciuti nel 1990, io ero arrivato a Parma da pochi mesi - spiega il dottor Tchana, che è nato a Nancy in Francia, ma è originario del Camerun con ascendenze nobili, addirittura nella famiglia reale. Stessa età Superchi, il giovane Bertrand aveva studiato a Parigi nei collegi più esclusivi, ma era anche un talento nel calcio: arrivò a giocare nella squadra giovanile del Paris San Germain, con la maglia numero 9.

Arrivato a Parma, conobbe Paolo proprio così: correndo dietro a un pallone. «All'Università con i compagni di corso avevamo formato una squadra per partecipare ai campionati Uisp, siamo andati avanti per molto tempo. Paolo un giorno venne a giocare con noi e da allora non ci siamo mai più persi. Era un ottimo portiere, sa?».

Un filo diretto che è rimasto teso per quasi trent'anni: camminando fianco a fianco sono diventati uomini, dopo la spensieratezza sono arrivate le soddisfazioni, le responsabilità, ma anche gli tsunami improvvisi.

«Discutevamo di tutto, quasi sempre partendo da punti di vista assolutamente diversi. Lui ateo e anticlericale convinto, io tutto il contrario... ma il bello era proprio questo: ci compensavamo l'uno con l'altro. Sono quei legami che nascono perché devono nascere, e vanno avanti».

Eccola, dunque la cifra di un uomo, regalata dalle parole sommesse dell'amico più caro: «Paolo Superchi era di un ottimismo enorme, la classica persona che cade, ma si rialza sempre. E riparte. Ultimamente la vita non gliene aveva risparmiata mezza... Ma lui era un combattente. In certi momenti l'avevo visto giù come il petrolio ma non si è mai lasciato travolgere. La sua cosa più bella era l'ottimismo».

Un ottimismo a cui Superchi s'era dovuto aggrappare negli ultimi anni, anni di svolte e brusche frenate nella vita personale e lavorativa. Con il diploma di geometra, per anni aveva lavorato a fianco del padre nella ditta di famiglia, e quando le cose s'erano messe male, non aveva esitato a reinventarsi: da due anni era stato assunto alla Barilla come facchino. «Portava avanti il suo lavoro serenamente, “mi rimbocco le maniche e pian piano cerco di rialzarmi”. Non si è mai lasciato andare: non avrebbe mai permesso che succedesse. Anche a calcetto, sua passione di sempre, ormai giocava più di rado: “con il lavoro che faccio non posso permettermi di ammalarmi o di farmi male”».

«Sono devastato - sussurra Bertrand Tchana - quindici giorni fa è morto don Sacchi, che per me era più di un padre, il pezzo più importante della mia vita che se n'è andato. E adesso Paolo... è un disastro davvero, anche per come è avvenuto l'incidente. Paolo era una persona attenta, prudente. Non mi capacito di come sia potuto succedere: penso che magari per un istante s'è perso nei suoi pensieri e gli è sfuggito qualcosa, non ha visto quel cordolo. Aveva attraversato tante tempeste: da poco se n'era andata anche sua mamma, che era il perno della famiglia».

Paolo che in chiesa non ci andava, «eppure si comportava da uomo di fede». Catapultato in un ambiente di lavoro nuovo, si era fatto presto tanti amici, come dimostra il rosario di messaggi affranti su Facebook. «Sapeva farsi volere bene, era aperto e generoso. Se uno non lo conosceva poteva sembrare un po' burbero, ma era un ragazzo d'oro».

Tchana ripensa a mercoledì sera: stava andando a giocare una partitella a Basilicagoiano, «sono passato praticamente davanti all'incrocio dove abitava Paolo. Ho pensato “guarda come sono ridotto, non riesco nemmeno ad andarlo a trovare”. Ultimamente tra i miei e i suoi impegni ci vedevamo meno. Ma il nostro rapporto non è mai cambiato. Potevamo pensarla diversamente su tante cose e andare d'accordo comunque. L'amicizia era sempre al di sopra di tutto. Una bella visione della vita, mi sembra».

E una lezione che resta.

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