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Processo

Public money, le difese: «Assolvete Costa e Villani»

23 giugno 2018, 07:03

Dopo la sfilza di richieste di condanne della pm Paola Dal Monte per 31 anni complessivi e dopo le prime arringhe difensive, ieri in tribunale è stato il giorno in cui hanno preso la parola gli ultimi avvocati che ancora non avevano parlato, e in particolare i difensori dei due principali accusati nel processo «Public money», Andrea Costa e Luigi Villani (quest'ultimo presente ieri in aula), per i quali è stata chiesta l'assoluzione. Un'ultima «maratona» davanti al collegio composto dai giudici Mattia Fiorentini, Adriano Zullo e Livio Cancelliere, a cui ora seguirà la sentenza, già fissata per il 20 luglio.

La vicenda è quella che vede nove imputati chiamati a rispondere a vario titolo di quel presunto sistema di potere e denaro che sarebbe stato messo in piedi per sostenere e promuovere l'amministrazione Vignali, usando – è la tesi dell'accusa – le società partecipate come bancomat.

La pena più pesante (8 anni) è stata chiesta per Andrea Costa, ex presidente di Stt e di Alfa, accusato di vari episodi di peculato. A difenderlo c'erano gli avvocati reggiani Helmut Bartolini e Stefano Germini. «Riteniamo Costa – ha spiegato Bartolini – non responsabile dei capi di imputazione. Si tratta di dieci episodi di peculato, in cui a Costa viene contestato di avere usato, in concorso con altri o anche da solo, denaro pubblico come pubblico ufficiale per fini diversi da quelli consentiti, denaro che era nella sua disponibilità come presidente di Alfa e di Stt. Nella discussione abbiamo cercato di ricostruire come non ci sia stata distrazione di somme per i fini istituzionali per il titolo pubblico per cui questi soldi sono stati usati, penso ad esempio alla vicenda macello, Polis e Cenini; mentre in altri casi Costa è del tutto estraneo ai fatti contestati». Bartolini ha messo in discussione il fatto stesso che Costa possa essere considerato un pubblico ufficiale, data la natura privatistica delle partecipate che guidava (per quanto controllate al 100% dal Comune), ricordando poi che le decisioni che assumeva «non erano mai espressione di un'attività autoritativa, ma meramente esecutiva di decisioni prese dal Comune: per ogni attività contestata, erano il Comune e il sindaco a prendere le decisioni». L'avvocato Germini ha invece contestato l'idea di Stt come bancomat: «Non si può dire che fosse un bancomat perché non aveva il becco di un quattrino», ha spiegato, ricordando i 180 milioni di passivo ereditati all'atto di costituire la società, che altro non era che il contenitore di tutte le altre partecipate (debiti compresi).

L'altro principale imputato è Luigi Villani (per lui sono stati chiesti 4 anni e 8 mesi), ex vicepresidente di Iren, accusato di corruzione e peculato. A difenderlo c'era l'avvocato pugliese Francesco Paolo Sisto. «Villani – ha sostenuto – non ha avuto nessun ruolo nelle vicende che gli vengono contestate e d’altronde a nostro avviso i fatti non sussistono, perché è evidente che ci sono delle discrasie temporali fra la nomina di Buzzi (l'ex editore di Polis, ndr) in Iren e il preteso scambio di utilità (ovvero l'ammorbidimento della linea editoriale, ndr), quindi anche dal punto di vista oggettivo è un reato praticamente impossibile per questioni temporali. Si fonda tutto su intercettazioni telefoniche e anche su un convincimento che deriva dalle tante indagini che il pm ha effettuato su tutte queste vicende. Qui è evidente che non c’è nessuna possibilità che ci sia stato questo scambio sulla linea editoriale, in particolare non ci sono elementi per dire che Villani possa avere avuto un ruolo in tutto ciò. Nelle intercettazioni Buzzi dice chiarissimamente di non mischiare il sacro con il profano, cioè egli stesso traccia una differenza netta fra la nomina nella società e il tema della linea editoriale, quindi ci sono intercettazioni che escludono che vi sia un nesso causale, e soprattutto escludono per quanto riguarda Villani qualsiasi consapevolezza che vi potesse essere una situazione quale quella del capo di imputazione. Sui peculati, poi, è impossibile ascrivere a Villani qualsiasi consapevolezza di prestazioni effettuate o non effettuate. Credo che questo processo vada restituito alla tecnicalità, alla semplicità del rapporto tra fatto, capo di imputazione, soggetto e responsabilità». r.c.

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