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Lavoro

Donne in divisa, quattro storie di coraggio

25 giugno 2018, 07:02

Per loro l'emergenza è pane quotidiano. Non ci sono copioni o riprese, ma solo realtà. In questa galleria di ritratti dal vivo spiccano quattro donne che indossano la divisa ogni giorno. Qualcuna ha intrapreso la carriera nelle forze dell'ordine (quasi) per caso, qualcuna per vocazione. Tutte credono in quello che fanno. Entrate in un ambiente storicamente maschile, rappresentano l'altra metà di questure e caserme. Hanno un background, ruoli e gradi diversi, certo è che nessuna si tira indietro. Inseguimenti, servizi d'ordine pubblico, manette e indagini ad ampio raggio: ecco cosa vivono da dietro una scrivania o a bordo di un'autocivetta. Incerti del mestiere, sì, li chiamano così. D'altronde «chi sceglie questa strada sa a cosa va incontro» ti rispondono con disinvoltura. Difficile contraddirle. Ma in queste storie non emerge solo la tenacia di donne che hanno abbracciato una professione diversa da ogni altra. La determinazione è il fil rouge che lega quattro persone così diverse eppure simili. Sempre pronte a rispondere agli sos del cittadino, si dividono tra turni, appostamenti, cene in famiglia e le commissioni di tutti i giorni. Professioniste come i colleghi uomini si sentono perfettamente parte della squadra di cui fanno parte. Alla faccia di chi ha ancora dei pregiudizi o ha bisogno di etichettare persone o mestieri.

Carabinieri

CONCETTA DEROSA

Da bambina vedeva la Gazzella sfrecciare per i borghi di Margherita di Savoia, un mare di cristallo e saline pugliesi. Rimaneva incantata, balzava sui gradini di casa e avvertiva la madre che la canzonava sospirando. Ma non era la passione per gli aitanti militari, era il richiamo di quella divisa nera che ora indossa sempre.

Concetta Derosa è “un” carabiniere e non ammette repliche: «Non c'è sesso, siamo una squadra: ciascuno con le proprie peculiarità». E lei, tratti fini e gambe lunghissime, non si è mai tirata indietro. Nemmeno un paio di settimane fa, in piazza Ghiaia quando ha dovuto placcare un borseggiatore testa calda che ha avuto la meglio sul suo collega, ma non è riuscito a sfuggire alla sua presa. Come una furia il ladro si è divincolato in un gran mulinar di braccia e gambe e le ha spezzato due costole. Nonostante il dolore lancinante e il fiato mozzato ha tenuto duro. L'ha portato in caserma (dove sono spuntati pure 37 grammi di cocaina), quindi in Tribunale dov'è stato condannato a due anni e sei mesi. Non solo – ma questo non lo racconta lei, bensì le voci amiche della caserma – per non mettere in difficoltà i compagni di turno è tornata al lavoro con le ossa rotte e lividi che fanno ancora male. Allo sguardo impressionato di chi ascolta sorride e scrolla le spalle: «quando indossi la divisa sai a cosa vai incontro. Darei la vita per la Benemerita».

La beretta? «Ce l'ho, ma non ce l'ho. Cerchi sempre di non estrarla, la vera arma è la penna». Un appartamento fuori dal centro che almeno per ora condivide con l'inseparabile barboncino, Concetta ha le idee piuttosto chiare: «Non ho mai subito discriminazioni dai colleghi, siamo una famiglia. Credo che l'ingresso delle donne nell'Arma sia stato un valore aggiunto, specialmente in alcuni frangenti molto delicati. Mi riferisco ad esempio all'ascolto di vittime di violenze e stalking o alle più banali perquisizioni personali. Un quid in più, che va a completare e compensare la professione che ogni giorno, uomini e donne, abbracciano con passione».

Anche se, nel suo caso, parlare di mestiere è riduttivo: «Ho sempre desiderato entrare nei carabinieri e, per quanto non abbia parenti che mi hanno preceduta, il mio posto era scolpito nel destino. Solo dopo aver comunicato che avrei tentato il concorso, ho scoperto che mio padre avrebbe voluto intraprendere quella carriera, ma non ha potuto. Così è diventato bracciante agricolo e si è occupato della famiglia. Non mi aveva mai raccontato nulla, ma ho trovato un suo vecchio documento di richiesta per proseguire la leva militare nell'Arma».

Già, papà Sabino che le ha regalato il momento più emozionante della sua vita: «E' stato lui a fissare gli alamari sulla divisa dopo la Scuola Allievi. Non ha detto nulla, ma i suoi occhi brillavano di commozione. Sapevo che finalmente avevo realizzato il nostro sogno».

E' stata pioniera, ma anche sua sorella ha deciso d'indossare la divisa: «E' entrata nell'esercito. Unica “pecca”? – dice con ironia – sposerà un poliziotto, che per me è diventato un fratello». Ma questa è un'altra storia.

Finanza

ALESSANDRA ARRABITO

Transazioni, reti offshore, scontrini e il canto dell'oboe. Ad ascoltarla potrebbe sembrare una manager o, perché no, una musicista navigata. Ma nelle frasi di Falcone e Borsellino che custodisce come un tesoro svela tutta la passione per la legalità. E la fierezza di appartenere alla Guardia di finanza.

Alessandra Arrabito, professione: comandante della Compagnia di Parma, indossa la divisa grigio-verde con elegante grinta. Fascino mediterraneo, ha 30 anni e la freschezza di chi ama quello che fa e non conosce esitazione.

Comanda una schiera di uomini e non parlatele di discriminazioni: «Non mi è mai accaduto. Anche se ammetto che quando arrivai in Calabria, a Melito di Porto Salvo, non fu semplice. Avevo 24 anni e guidavo la tenenza in un luogo dove non solo non si era mai visto un comandante donna, ma nemmeno una donna in divisa. Sono convinta che sia fondamentale – sia per gli uomini che per le donne al comando – non peccare mai di presunzione ed essere aperti al confronto. Ma c'è una qualità in più che ha un vero leader: valorizzare il proprio personale». Nata a Scicli, terra iblea tanto cara al commissario Montalbano, è approdata a Parma nel 2015. Ma è in Sicilia che ha lasciato madre, padre e due più che fratelli. Non è figlia d'arte e nella Finanza c'incappò quasi per caso, grazie all'oboe. «Fu un vecchio amico di mio padre a parlarmi del concorso per “arruolare” musicisti nella banda d'ordinanza. Quell'anno non c'erano posti in lizza per il mio strumento, così optati per quello “tradizionale” -sorride e prosegue-. Venni bocciata all'ultimo. E ricordo ancora il bruciore della sconfitta, ma con il senno di poi ho ringraziato il destino. Ero ancora acerba, probabilmente non avrei assaporato fino in fondo l'importanza di questo traguardo. La prima volta fui morsa dal senso della sfida: tutti dicevano che non sarei mai passata. Ero donna e non avevo alcuna esperienza, perché nessuno a casa aveva intrapreso la carriera militare. Dopo la prima sconfitta qualcosa cambiò in me: divenni consapevole e ambiziosa, desideravo davvero entrare nella Guardia di Finanza». Alessandra si riscattò alla grande: vinse il concorso e si piazzò seconda nella graduatoria nazionale. Così a ottobre 2007 partì alla volta di Bergamo per frequentare l'Accademia e si laureò in Scienze della sicurezza economico finanziaria. E non pensate che solo l'America abbia il suo soldato Jane: la vita militare è tutt'altro che tenera. A cominciare dal taglio netto di capelli e femminilità: «ma è giusto così nessuna distinzione fra donne e uomini». Nel suo volto non si specchia solo tenacia, ma anche la passione forte per quell'amministrazione in cui crede e di cui è innamorata: «La Guardia di finanza fa cultura ed è a disposizione del cittadino, ecco perché sono convinta del valore degli insegnamenti alle nuove generazioni. Occorre spiegare perché si pagano le tasse e cosa significhi evadere anche solo uno scontrino».

Unico vezzo: un paio d'occhiali che le addolciscono i tratti e un diamante all'anulare sinistro: «il mio compagno è un “collega” – confida – un'atleta delle fiamme gialle».

Come si vede nel futuro? «Un capitano e una madre, credo che con la giusta dose di coraggio e determinazione si arrivi ovunque».

Penitenziaria

SAMANTHA MAURO

Il muro di cinta, il cortile d'asfalto e le sbarre alle finestre. Per molti il carcere è dove s'interrompe l'orizzonte. La linea si spezza. Per il commissario Samantha Mauro è una scelta. 42 anni, una chioma bionda e grinta da vendere. Nata a Milano e cresciuta a Roma, che le ha lasciato piglio e accento, ha preso le redini degli agenti di via Burla.

E' la prima comandante donna di Parma e racconta di una squadra di professionisti affiatati e detenuti rispettosi. Una scelta, dicevamo, «In effetti quando ho intrapreso questa carriera, attraverso il concorso, lavoravo all'Agenzia delle Entrate».

Da un lato un comodo ufficio, dall'altro la divisa forse meno semplice da indossare. «Ho capito che la mia strada era nella Penitenziaria: non un semplice mestiere, ma una vocazione».

Te la racconta liscia, senza retorica. Parla degli uffici blindati come di una vivace attività di famiglia. «Non nego che il primo impatto con una struttura di detenzione fu traumatico: mi colpì soprattutto l'odore del carcere e la pesantezza. Ero ancora una tirocinante, eppure non ho avuto dubbi».

Mentre parliamo in sala conferenza il cortile esterno è immerso in un placido silenzio, la penombra è ormai una routine e il commissario nemmeno sembra farci caso.

«Il carcere è un mondo a sé: esistono dinamiche diverse rispetto all'esterno, persino il tempo sembra essere scandito da regole invisibili. Eppure al suo interno lavora una famiglia». Così definisce la squadra di uomini che guida dal 2014.

«Non solo siamo forze dell'ordine, ma faccio parte di un Corpo in cui le donne sono ancora molto rare – ammette -. La sfida più grande? Essere considerata una di “loro”». In 4 anni Samantha ha lavorato con pazienza e seminato tanto: «ricordo che i primi tempi in molti non riuscivano a chiamarmi Commissario, optavano per un “dottoressa”. Il rispetto non è mai mancato, ma ho capito che non è stato semplice accettare una donna al comando».

Eppure quei saluti a fior di labbra con un pizzico di diffidenza sono ormai lontani: «Credo che sia fondamentale non ridursi alla brutta copia di un uomo. Ho sempre parlato chiaro coi miei ragazzi, riconoscendo loro il valore dell'esperienza. E' ovvio che il mio ruolo impone responsabilità, ma regala anche molte soddisfazioni».

La 41enne è un tipetto tutto pepe e autoironia a cui solo per un attimo brillano gli occhi: «Mio padre entrò nella Polizia di Stato e visse sulla pelle gli anni di piombo. Ero terrorizzata all'idea di perderlo e devo a lui l'educazione alla legalità che ogni giorno cerco di trasmettere agli altri».

Ma il compito di Samantha è duplice: «Non solo mi occupo degli “ingranaggi” della macchina della sicurezza all'interno del carcere, ma anche di stemperare le tensioni fra detenuti». Discriminazioni? «Gli insulti sono rari e legati non tanto al lavoro, quanto alla concezione della donna. Può anche capitare che qualcuno dimostri indifferenza, sicuramente non tutti i detenuti sono semplici da gestire». Divide la vita con un marito «che mi ha supportato in tutto e per tutto, credendo in me» e naturalmente lui, il mitico Elvis, uno Shihtzu. Una laurea in giurisprudenza, un master in Scienze forensi e l'abilitazione da avvocato, «ma ho capito subito che il foro non faceva per me. Sono cresciuta a pane e giustizia, non avrei mai potuto intraprendere una strada diversa da questa».

Polizia

MARIA GRAZIA LIGABUE

Ha divorato libri di greco, latino, spartiti e note. Tutto contemporaneamente, frequentando negli stessi anni il liceo classico e il musicale.

Nel cassetto ha una laurea (nemmeno a dirlo 110 e lode) e un'abilitazione da avvocato, senza contare gli stage all'estero e il corso d'arabo superato brillantemente.

Una passione per la terza pagina e una cultura che sconfina dalla storia dell'arte alla letteratura.

Ma se occorre è pronta a scambiarsi cenni d'intesa e precipitarsi fuori dall'ufficio con la semiautomatica nella cintura.

Non è figlia d'arte Maria Grazia Ligabue, dirigente della divisione Anticrimine della Questura, «anche se sono cresciuta a pane e dovere grazie all'educazione ricevuta» dice mentre le labbra si schiudono in un sorriso sicuro. Un padre bersagliere e diversi zii nell'esercito, «il rispetto delle regole e l'amore per la patria fanno parte del mio dna».

Certo è che l'attitudine allo studio dev'essere un “vizio” di famiglia, considerando i due fratelli maggiori medici laureati a pieni voti. Il piglio è quello da strada, masticato e fatto proprio quando è stata catapultata nel caleidoscopico mondo della Volante a Milano. Appena superato il concorso da commissario – in cui è incappata quasi per caso – è stata trasferita nel capoluogo lombardo.

Era l'89 e dalla piccola Reggio Emilia ha affrontato la metropoli. L'impatto con la vita non fu tenero: «ricordo ancora il primo cadavere che vidi: si trattava di un uomo morto carbonizzato – racconta mentre gli occhi vagano lontano -. Da quando sono entrata in polizia ho avuto la visione totale della vita: dalla cantina all'attico sociale. Questa professione va affrontata con umiltà e carattere, perché occorre comprendere fino in fondo a cosa si va incontro».

E' diventata improvvisamente custode di miserie e tenerezze, crudeltà e solitudini. Il rapporto coi colleghi uomini di cui era al comando? «Qualche vecchio ispettore sperava che crollassi accusando il colpo, ma non mi sono mai sentita poco rispettata. Tutto sta nel come ci si pone: ma credo che questo valga per qualunque mestiere».

Fiera, non schiava di un lavoro totalizzante e appassionante, ha sempre affrontato la vita a testa alta: «Ho dovuto rinunciare a diverse opportunità per questioni familiari, ma non me ne pento: ogni giorno si fanno scelte non sempre semplici e sono abituata a guardare avanti» assicura.

Nel ‘93 è rientrata a Reggio Emilia al timone della Scuola allievi e agenti, prima di guidare l'Ufficio Immigrazione dal ‘96 al 2010 dove contribuì con la propria impronta a rendere quella sezione di primo piano nel panorama nazionale.

«Partecipammo al progetto pilota, insieme ad altre 4 questure, per rendere il permesso di soggiorno elettronico . Coi miei uomini avevamo costruito ex novo una rete di controlli, una mappatura di coloro che arrivavano da lontano e abitavano vie, zone e quartieri. Ho perso il conto dei blitz in stazione, nei laboratori orientali, sul marciapiede per arginare la prostituzione».

Insomma, una funzionaria in trincea, che non ricorda nemmeno più quanti servizi di ordine pubblico ha coordinato, ma ha appesa in bella mostra una poesia che le è stata dedicata dai “suoi” uomini.

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