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INTERVISTA

Il nuovo procuratore: «Volevo venire in Emilia, una terra che mi affascina»

07 luglio 2018, 07:01

Il nuovo procuratore: «Volevo venire in Emilia, una terra che mi affascina»

GEORGIA AZZALI

Ha deciso di «emigrare» dopo quasi trent'anni al palazzo di giustizia partenopeo. Da Napoli a Parma. Da procuratore aggiunto, con una delega di grande peso come quella al coordinamento della sezione dei reati contro la pubblica amministrazione, a capo degli uffici di vicolo San Marcellino. Alfonso D'Avino, esponente di Magistratura Indipendente, nato e cresciuto professionalmente a Napoli, vorrebbe insediarsi al più presto, ma bisognerà aspettare i tempi tecnici previsti. «Occorrerà attendere la registrazione del decreto di nomina e poi la pubblicazione sul bollettino del ministero della Giustizia - spiega D'Avino -. Non ho ancora certezze, ma verosimilmente credo che potrei prendere servizio ai primi di settembre».

La corsa per la poltrona di Parma è arrivata al traguardo in tempi brevi, considerando che il procuratore Antonio Rustico era andato in pensione il 1° marzo scorso, ma si è incrociata con quella per la procura di Reggio Emilia, dove l'ha spuntata Marco Mescolini, il pm del processo Aemilia. D'Avino, 62 anni il prossimo novembre, è rimasto in gara fino alla fine anche per Reggio, e mercoledì scorso - nella stessa giornata - il plenum del Csm ha dato il via libera a tutte due le nomine. Ma, al di là della città, era in Emilia che il procuratore aggiunto di Napoli voleva continuare a fare il magistrato. «Parma non è affatto una seconda scelta: semplicemente - sottolinea D'Avino -, il bando per Reggio Emilia si è aperto prima. L'obiettivo era quello di venire in Emilia, una terra che mi affascina».

Parma è per ora solo un ricordo lontano: primi anni '80, quando D'Avino frequentò per alcuni giorni la Biblioteca Palatina. «Motivi di studio mi portarono a Parma, ma da allora non ho più avuto l'occasione di tornare - racconta -. Spero di imparare presto a conoscere la città».

A centinaia di chilometri da Napoli: distanza geografica e sociale. Due realtà impossibili da paragonare, eppure nella ricca e laboriosa Parma, che con Parmalat aveva già vissuto il più grande crac societario della storia europea, la criminalità organizzata ha cominciato ad avere appetiti voraci e anche sui reati dei colletti bianchi fioccano da tempo inchieste. «Naturalmente non conosco ancora nel dettaglio cosa è emerso e i vari fronti aperti - spiega -, ma mi confronterò con i colleghi appena possibile per avere un quadro della situazione».

Un magistrato corretto, rigoroso, molto rispettoso delle regole, ma senza scadere in sciocchi formalismi: colleghi e giornalisti che lo conoscono da tempo, descrivono così Alfonso D'Avino. «Non mi piacciono i protagonismi e certe forme di sensazionalismo, ma allo stesso tempo cerco sempre di avere rapporti franchi», sottolinea.

Una vita dalla parte dell'«accusa»: a parte una breve parentesi, all'inizio della carriera, come giudice al tribunale di Paola, D'Avino è sempre stato tra le fila della magistratura requirente. Quando è arrivato in procura a Napoli, alla fine del 1989, aveva già la toga addosso da quattro anni. E nel palazzo di giustizia partenopeo D'Avino, dopo essersi fatto le ossa nella sezione criminalità comune, è stato assegnato al settore dei reati contro la pubblica amministrazione. L'indagine sulla tangentopoli del dopo terremoto porta anche la sua firma, così come la maxi inchiesta che fece condannare l'ex ministro della Sanità, Francesco De Lorenzo, e l'allora direttore del Servizio farmaceutico, Duillio Poggiolini. Poi, un'altra sezione cruciale: dal 2002 al 2012 ha lavorato alla Direzione distrettuale antimafia. Successivamente, una breve parentesi alla sezione terrorismo, misure di prevenzione e immigrazione, prima della promozione - nel 2013 - a procuratore aggiunto. E ora la sfida di Parma, dove potrebbe rimanere per otto anni, fino al limite della pensione.

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