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Inchiesta

Violenza sulle donne, il centro che recupera gli «orchi»

16 luglio 2018, 07:01

Violenza sulle donne, il centro che recupera gli «orchi»

«E' stato un massacro da quando ci siamo sposati. La insultavo continuamente, qualche volta l'ho schiaffeggiata, spintonata ma i colpi più profondi li ho inferti dentro. La vedevo piangere e soffrire, ma non sentivo nulla. Fino al giorno in cui l'ho minacciata con il coltello: mi sono fermato solo perché mio figlio si è svegliato ed è entrato in cucina. Da lì è cambiato tutto: convivrò sempre con la paura e il dubbio di quello che sarei potuto diventare, ma sono rinato grazie al Centro Liberiamoci dalla violenza».

Serghei è un ex orco. Uno dei tanti, troppi uomini violenti con la compagna di vita. Quella moglie che «l'ha perdonato troppe volte e non avrebbe dovuto».

L'uomo, originario dell'Est Europa, ha 36 anni e un'azienda avviata nel Parmense. Parla, racconta, si confessa. Vince la paura di mostrarsi come carnefice di fronte a una sconosciuta. Solo una richiesta prima di cominciare: al suo fianco durante l'intervista deve rimanere lo psicoterapeuta, che con lui condivide il percorso all'interno del Centro. E sia.

Una premessa è doverosa: Serghei è uno dei tanti che hanno deciso di aderire al programma dell'Ausl di Parma, coordinato da Carla Verrotti, rivolto a uomini autori di violenza che scelgono di guardarsi dentro.

Vuole combattere fantasmi e rabbia e fare sua la consapevolezza più difficile da digerire: la violenza non è una malattia, un raptus, ma un atteggiamento che si sceglie.

La sua storia si specchia in quella di tante famiglie benestanti nostrane: «Avevamo tutto: soldi, belle macchine, una casa lussuosa e un'immagine da mantenere. Ecco perché anche mia moglie non ha mai raccontato nulla a nessuno. Apparivamo come la famiglia perfetta, ma in quelle quattro mura era l'inferno». Si sono conosciuti nel paese d'origine il 36enne e la futura moglie: dopo un fidanzamento lampo hanno deciso di convolare a nozze e ben presto è arrivato il primogenito. Tutto questo è accaduto 7 anni fa, anche se l'uomo si è trasferito nella nostra provincia ben prima.

«Sono arrivato qua 17 anni fa per costruirmi una carriera – riavvolge il nastro -. E così ho fatto». Ha dato vita a una piccola impresa nel settore agroalimentare, ma non è di questo che vuole parlare.

«All'epoca bevevo molto, diciamo pure che ero un alcolizzato – esita un attimo quasi avesse intercettato il pensiero di chi ascolta -. Non do la colpa alla bottiglia per giustificare quello che ho fatto vivere a mia moglie e ai miei figli, ma sicuramente la mia dipendenza non ha aiutato».

Un mondo di luci e ombre scandito da liti continue: «Ogni volta che arrivavo a casa ricominciava tutto. La insultavo pesantemente e sotto ogni profilo: come donna, come madre, come persona. Le rovesciavo addosso le peggiori parole e il fatto che mi rispondesse mi faceva imbestialire ancor di più».

Era un marito e padrone, figlio di pregiudizi «ancora molto radicati nella cultura dell'Est ma che ritrovo anche qui. Ero convinto che la donna non valesse nulla, che fosse giusto controllarla e allo stesso tempo soggiogarla. Lei voleva lavorare, ma io gliel'ho impedito».

E così dentro quelle quattro mura e lontano dai riflettori era tutto un denigrare e umiliare. I figli, che oggi hanno tre e sei anni, hanno sempre assistito a tutto. Fino a marzo dell'anno scorso. «Una sera pur di farla smettere di parlare ho impugnato un coltello e l'ho minacciata – qui la voce si fa roca -. Lei è scappata fuori casa urlando, e mio figlio, il più piccolo, si è svegliato ed è venuto in cucina».

Solo allora quella lama impugnata con tanta disinvoltura è caduta di mano a Serghei. «Ho preso in braccio il mio piccolo, l'ho accompagnato in camera da letto e l'ho fatto riaddormentare». Poi sono arrivati i carabinieri, chiamati dalla moglie terrorizzata, e il 36enne è stato allontanato da casa. «Ho dovuto rispondere di quel che era accaduto anche di fronte al Tribunale dei minori ed è ormai da un anno che sono fuori casa».

Chiede di omettere le vicissitudini legali per non essere riconoscibile. «Certo è che tra i vari percorsi obbligatori ho scelto di affidarmi al Centro Liberiamoci dalla violenza. All'inizio non è stato semplice, poi sono riuscito ad aprirmi. Lo consiglierei a tutti coloro che si trovano nella mia stessa situazione, o che vogliono fermarsi prima che sia tardi. Ora provo vergogna nei confronti dei miei figli e di quella compagna che ho trascinato all'inferno per cinque anni, ma voglio lavorare su di me per tornare a casa e cambiare tutto. Prima pensavo che parlare e mostrare le proprie emozioni fossero segno di debolezza, oggi so che sono cose preziose».

Per ora ha interrotto i rapporti con la moglie e i figli, «spero solo che alla fine di questo percorso possiamo ricostruire una vita insieme. Alle tante donne che subiscono mi sento di dire: non perdonate, non fidatevi perché la promessa che non riaccadrà più dura lo spazio di una sera».

Serghei non riesce più a leggere giornali e a guardare immagini sulle violenze: «Perché so che quel mostro sono io, o meglio lo sono stato. E dovrò imparare a convivere con la paura di poterlo ritornare, ma con la consapevolezza che sto lavorando su di me per fare in modo che non sia più così».

CENTRO LIBERIAMOCI DALLA VIOLENZA

Alla Casa della salute Parma Centro c'è una stanza dedicata agli uomini che odiano le donne, ma vogliono tornare ad amarle. Un tavolo rotondo, pareti color crema, un pc e poco altro. L'obiettivo rimane guardarsi dentro, non fuori. E' qui che nasce il Centro Liberiamoci dalla violenza, il progetto dell'Ausl di Parma che dalla sua apertura, nel gennaio 2015, a oggi ha accolto oltre 80 «sos» maschili ogni anno.

«Sono stati più di 250 i contatti al numero dedicato di cui 61 sono uomini che hanno avviato percorsi di valutazione o trattamento – spiega Carla Verrotti, dirigente medico dell'Ausl al timone del Centro Ldv -. Attualmente sono 14 gli uomini in carico al Servizio che stanno svolgendo il percorso di accompagnamento con l'équipe di psicoterapeuti del Centro».

Un percorso terapeutico non giudicante e rivolto a tutti...

«La maggior parte dei nostri utenti sceglie, almeno inizialmente, d'intraprendere questo percorso soprattutto sulla base delle pressioni sociali. La richiesta arriva dalla compagna o dalla famiglia originaria, anche se non manca chi accede al centro per rispettare percorsi riabilitativi imposti dall'autorità giudiziaria».

Ma cosa accade quando un uomo si affida al Centro Ldv?

«Il percorso offerto dal Centro prevede colloqui individuali – aggiunge Carla Verrotti -. Siccome l'uomo accede liberamente, sia pur spesso su invito della compagna o di altri servizi, l'impostazione di un trattamento efficace non può prescindere la valutazione di due elementi indispensabili. Da un lato la consapevolezza da parte dell'uomo dell'esistenza di un problema legato ai suoi comportamenti, dall'altro un grado di motivazione utile ad affrontare le fatiche di un percorso non breve, delicato, spesso doloroso, che comprende in molti casi timori della ricaduta accompagnata da un vissuto di fallimento e profondi sensi di colpa. Fin da subito il lavoro si concentra sull'interruzione dei comportamenti violenti, spesso con un certo carattere di urgenza o emergenza per la gravità di episodi recenti e per la possibilità elevata che essi si replichino a poca distanza di tempo. Ecco che qui diviene prevalente l'aspetto di training, cioè un allenamento costante, dettagliato e rigoroso che permetta di ridurre notevolmente in poco tempo il rischio di recidive. In questo modo viene realizzato fin da subito lo scopo primario di Ldv: la messa in sicurezza della compagna e dei figli».

Ma quanto dura questo percorso di terapia?

«Il trattamento psicoterapeutico, che inizia con un'“Intervista di ingresso” atta a rilevare in modo dettagliato la violenza agita, dura almeno 8/12 mesi con la frequenza, mediamente, di una seduta ogni 15 giorni. In ogni caso le condizioni per considerarlo concluso sono l'assenza di comportamenti violenti, la consapevolezza delle motivazioni che sono state alla base della violenza e anche l'aver effettuato azioni riparatorie rispetto alle conseguenze della violenza».

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