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Don Cocconi

«La mia missione? Sotto casa»

24 luglio 2018, 07:00

«La mia missione? Sotto casa»

ANNA MARIA FERRARI

Appoggiato alla porta della casa parrocchiale nel cuore della movida di via Farini, non muove un muscolo, immobile come una statua, gli basta un’occhiata di traverso per dirigere il viavai di chi entra e chi esce.

«E’ un ex detenuto, chi meglio di lui potrebbe farlo? Ha fiuto, è una guardia perfetta»: sorride don Umberto Cocconi, 61 anni, parroco di San Tommaso in via Farini, presidente e fondatore dell’associazione San Cristoforo, il sacerdote che trasforma in guardia un carcerato, il prete cinefilo che legge libri a chi della scuola ha conosciuto solo le bocciature e tende una mano (e anche due) a chi è finito in ginocchio e prova a rialzarsi.

«E’ la questione del perdono: - dice - una persona che riconosce di aver sbagliato, si assume delle responsabilità e va aiutata. E’ così difficile dire “ho sbagliato”: ma è l’inizio di un cambiamento».

Domani l'associazione compirà 15 anni e sarà festa grande, aperta a tutta la città, con la messa in San Tommaso (via Farini) alle 19 e poi la serata tutti assieme.

LA FORZA DI CAMBIARE

Di cambiamenti ne ha visti tanti, in questi 30 anni di sacerdozio: «Me li porto tutti dentro. Come quell’anziano ergastolano in carrozzella, che ogni giorno macinava chilometri per arrivare qui da via Burla. E’ diventato il nostro cuoco. Capiva di aver fatto molti errori, alla fine si è sentito amato, importante: ha concluso bene la sua vita».

E’ partito nel 2003, don Umberto, dalla parrocchia di San Giovanni Battista in Cittadella, da un sogno missionario che gli lievitava dentro dai tempi della formazione in seminario, dopo la laurea in pedagogia - «Sì, è stata una vocazione meditata» - , pane e Vangelo dai padri saveriani: l’idea che anche a Parma, tra le mura della parrocchia in Cittadella, ci fossero tetto e carità per accogliere gli ultimi. La missione dietro l’angolo. Assieme a una squadra di 5 volontari, «tutti amici, tutti uniti: e siamo ancora qui», ha creato l'associazione San Cristoforo: partenza nel deserto, «come pionieri, bisognava inventarsi tutto: i ragazzi, ex detenuti indicati dagli educatori del carcere, abitavano a casa mia e si mettevano a disposizione della parrocchia. All’inizio non è stato indolore, paura e insicurezza si stavano già manifestando: ma poi, quando si crea una relazione tra le persone, si capisce che queste ansie sono più nella testa che nel cuore. E' stato bellissimo».

CADUTE E RISALITE

Ha resistito a tutto, testa bassa e avanti, un muro di gomma che si ammacca, si piega ma è sempre lì, sorriso e fermezza: oggi l’associazione conta 15 case famiglia con oltre 200 ospiti, 30 soci, 10 educatori, cinque progetti che danno lavoro a decine di persone altrimenti escluse ed è una delle realtà della regione più ricche in termini di accoglienza e integrazione: «Il vescovo Bonicelli mi diceva 12, non più di 12, come gli Apostoli di Cristo: gli ho disobbedito».

Certo non sarebbe dispiaciuto a San Cristoforo, il santo traghettatore che si carica delle fatiche del mondo.

«Tutti assieme, sempre: perché credo che la parrocchia sia la casa che tutti accoglie, il luogo dove tu, dopo aver vissuto le ferite della vita, puoi trovare persone che aiutano a riprendere il cammino interrotto. Il pane dell’ospitalità, l’albergo dove il buon Samaritano porta l’uomo che ha incontrato il brigante».

E le delusioni, le ricadute? «Sono all’ordine del giorno, a volte una persona ce la mette tutta, ma non ce la fa. Non riusciamo a tirarla fuori dalle sabbie mobili: è una sconfitta nostra».

LA PAURA DELL'ALTRO

La svolta arriva nel 2010, quando don Umberto deve lasciare San Giovanni: «Sono diventato cappellano dell’Università, ma non avevo più una parrocchia, una casa nostra. E' stato un momento di crisi. Ma ora, ho pensato, la mia parrocchia è tutta la città: la Grazia ci ha aiutato, ho trovato una casetta nel quartiere Montanara, che ci ha accolto con affetto, e siamo stati benissimo. La gente ha capito che avere persone che si occupano degli ultimi non è un problema, ma un dono».

E via, in crescendo: arriva la prima donazione, «una signora devota a Madre Teresa ci ha dato la sua abitazione, in borgo Cocconi: non avrei mai immaginato di avere una casa nel borgo col mio nome…», poi il condominio in viale Duca Alessandro, le residenze a Colorno e Bogolese, e, di recente, la casa per i padri separati.

Porte aperte agli stranieri, talvolta nell’ostilità dei vicini: «Lo scoglio è la paura dell’altro, il fatto che una persona arrivi da un altro Paese, un’altra religione, genera diffidenza. Allora metti barriere e non permetti la conoscenza. La chiave di volta? Bisogna creare una relazione tra le persone, ma se tu mi guardi e già mi giudichi, allora è impossibile. Ci vuole uno sguardo benevolo, se uno ha sbagliato ma vuole redimersi, non è una persona sbagliata: è solo uno che ha fatto errori. Penso molto al futuro, credo nel futuro delle persone».

LA CITTA' DELLA GIOIA

Un futuro che parte dall’abc: affetti, casa e lavoro. Ecco allora il progetto traslochi, un servizio di sgombero che prevede anche un laboratorio di restauro per recuperare oggetti che altrimenti sarebbero gettati; il laboratorio per donne straniere, s'imparano cucito e rammendo, «col sogno di un negozio dove vendere le opere di queste ragazze»; il progetto patenti, «perché guidare è indispensabile per trovare lavoro» e «Laureati con lode», «dove tu, studente che hai avuto molto dalla vita, puoi restituire qualcosa facendo il volontario». Va d'accordo con le forze dell'ordine: «Sono nostri amici».

Ma in questi tempi di crisi, di difficoltà economiche, di fatiche anche per noi italiani, non si trova davanti una barriera di paura, soprattutto verso gli stranieri? «Qualche volta. Ma il segreto è far conoscere le persone. I confini sono nella nostra testa: essere nati in Italia è una fortuna, cosa mi accadrebbe se fossi nato in Ruanda? Credo che dobbiamo riflettere su cosa vuol dire essere un popolo civile: papa Francesco ci chiede una parrocchia che si apra al mondo e questo mondo è un ospedale da campo. E noi dobbiamo curare tutti, senza chiedere se uno è cattolico o musulmano, pensando solo “è un uomo”. Questo è il biglietto da visita e lì possiamo raccontare il vangelo vero, quello che passa attraverso le mani, il sorriso».

Non si ferma mai: «Trent'anni di sacerdozio, rifarei tutto. In India si parla della città della gioia, vorrei che Parma fosse così: una città di relazioni tra le persone, dove si respira un'altra aria, più buona. La città della gioia».

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