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Compleanno

Muti, 77 anni pieni di musica

28 luglio 2018, 07:00

Muti, 77 anni pieni di musica

VITTORIO TESTA

Maestro Muti: oggi scoccano i 77 anni, nella Smorfia napoletana sono «e Riavulille», i diavoli...

«Per tutti i diavoli, non me ne sono accorto!».

Anni ben spesi: è diventato uno dei più grandi direttori d'orchestra al mondo.

Adesso addirittura insignito del Praemium imperiale giapponese, una sorta di Nobel della musica.

«Sì, è un grande onore, il Giappone è un paese che amo, vi ho diretto più di duecento volte. E gli appassionati hanno dato vita addirittura alla ‘Camerata Muti', riferendosi coltamente alla nostra Camerata dei Bardi, dove nacque l'opera. Ricordo che mi affrettai a rassicurare chi non aveva idea di cosa fosse che non si trattava di una formazione neo-squadristica».

Aleggia sempre lo spirito leggero di un umorismo cordiale intorno a Riccardo Muti, imperioso ed esigente sul podio, amante della battuta, delle cose semplici e profonde.

Nato a Napoli, cresciuto a Molfetta, di nuovo a Napoli.

Un'infanzia e un'adolescenza senza tv, la scuola severissima, le serate a chiacchierare e discutere con gli insegnanti e i compagni, di filosofia, di letteratura greca e latina.

«Ci nutrivamo di Platone e Aristotele, di Plauto, Orazio, Tibullo; di Dante e Foscolo di musica e poesia: e così l'orgoglio di sentirmi italiano, figlio di una grande civiltà. Passeggiate alla villa comunale, rapidi sguardi alle ragazze sotto l'orologio del Seminario Vescovile di Molfetta che recava la scritta “Mortales vos esse docet quae labitur hora”, quest'ora fuggevole vi ricordi che dovrete morire. Il senso del mito, della vita e della morte, la cultura greca, latina, mediterranea. Quella benedetta essenzialità, quella severità degli insegnanti, primo fra tutti mio nonno maestro elementare, mi ha forgiato il carattere».

A undici anni, un violino, regalo natalizio. Di lì a poco sarà già in grado di tenere un concerto di Vivaldi nel Seminario pontificio.

E poi la mattina il liceo classico, il pomeriggio il Conservatorio a Bari, l'incontro con Nino Rota, il trasferimento di tutta la famiglia a Napoli, per consentire a Riccardo di frequentare, insieme al Liceo Vittorio Emanuele II, il Conservatorio di prestigio mondiale. Napoli, la città della madre, i viaggi in Giardinetta da Molfetta al Vesuvio: «Davanti l'autista e la mamma; dietro papà e i due fratelli maggiori; nel portabagagli una panchetta per me e i due gemelli: quindi in otto! E, sopra, la valanga di valigie fissate con le corde, dodici ore di viaggio, un'epopea. La macchina sovraccarica pativa la pendenza della terribile salita di Dentecane; nella discesa prima di quell'erta papà incitava l'autista a prendere la rincorsa: “scèmme, Luì, scèmme”, forza, Luigi, corri. Sennò bisognava spingere».

E naturalmente ragazzo di orecchio fino: la prima musica? «La banda di Molfetta che durante il Venerdì santo suonava marce funebri, erano delle piccole Eroiche, nella notte mi spalancavano un infinito».

Una famiglia serena, il padre medico, il nonno maestro, tutti amanti dell'opera: «A tre anni con i genitori in carrozza fino a Bari per un'Aida. Mi piace pensare che quell'infante che ero, placido dormiente, abbia sognato sulle note del mio compositore preferito», dice il Maestro. Giuseppe Verdi: stava scritto nel destino.

Diplomato in pianoforte, e già sul podio direttoriale, Muti decide il trasferimento a Milano, al Conservatorio G.Verdi.

L'incontro con Antonio Votto, il collaboratore di Toscanini: «Fondamentale, gli devo moltissimo, mi ha insegnato a dirigere, con la destra il tempo, con la sinistra il cuore».

L'arrivo a Milano il 2 novembre 1962: «Come Totò nel film i miei mi avevano imbacuccato, in più sciarpa e un cappello Borsalino: a Milano prendi la polmonite!», racconta ilare il Maestro: «Fu poi un trauma incontrare un amico barese che studiava chitarra. Mi disse: ”Gué Riccà! Ma che hai fatto? Me pari Barièllo! Io ovviamente chiesi chi fosse. E lui: E ‘nu c…o co' capppiello!».

Milano, via Tadino 2, a pensione una stanza con due letti, col tenore Mamprin: «Simpatico ma faceva vocalizzi continui; mi toccava andare su una panchina dei giardini di Porta Venezia a fare gli esercizi di contrappunto. Poi divento primo pianista accompagnatore e mi posso affittare una stanza: con doccia!».

Tutto poi corre verso il successo per Riccardo Muti.

Il premio Cantelli nel 1967. L'incontro con Cristina Mazzavillani, il matrimonio, tre figli. Firenze nel 1968 primo incarico di direttore musicale; Londra, Philadelphia, La Scala, I Filarmonici di Vienna che lo eleggono direttore preferito. Karajan che nel 1971 lo chiama al Festival di Salisburgo.

La fama, la ricchezza, la rottura con la Scala dopo vent'anni, cinquanta opere, quattrocento concerti.

La nascita dell'orchestra giovanile Cherubini. L'incarico a Chicago. Il Festival di Ravenna.

Quante cose, Maestro: una vita intensa, di corsa, gli applausi, la notorietà.

«Sì, ma io sono rimasto quel ragazzo di Molfetta, quel liceale di Napoli: salutato il pubblico e l'orchestra, smessi i panni del noto direttore, lo ritrovo ogni sera quando vado a letto».

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