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IL DISCO

"A passion play", i Jethro Tull tra paradiso e inferno

di Michele Ceparano -

11 agosto 2018, 09:00

“There was a rush, along Fulham road, there was a hush in the passion play”. “A passion play” - tradotto in italiano mistero sacro - si apre e si chiude a Fulham road, location ideale di uno degli album più controversi della leggendaria carriera dei Jethro Tull. Ma anche dei più significativi.
Un disco, uscito nel '73, che divise i fans e, soprattutto, la critica. Complesso ed elaboratissimo musicalmente e sotto il profilo testuale (tante le metafore e i giochi di parole, criptici e misteriosi nello stile di Ian Anderson e della band britannica), ha al centro, come altri lavori dei Jethro Tull, il tema religioso. E' un concept in stile progressive che si compone di due lunghissimi brani “A passion play” 1 e 2, intervallati, all'inizio della seconda facciata, dall'irresistibile favola “The story of the hare who lost his spectacles”. Un modo riuscitissimo di sdrammatizzare (però, fino a un certo punto) attraverso una storia in cui, come in Esopo e Fedro, i protagonisti sono gli animali e la cui narrazione è affidata alla voce di Jeffrey Hammond.
Tornando al tema portante del concept che quest'anno spegne 45 candeline, i Jethro Tull narrano la storia di Ronnie Pilgrim, personaggio dal nome più che mai evocativo che va  a fare il paio   con il  Gerald Bostock di “Thick as a brick”. Morto, Pilgrim visita paradiso e inferno. Alla fine rinascerà dopo un'avventura in cui comparirà anche l'enigmatico Magus Perdé, che altri non sarebbe che il diavolo. Il tutto  in un finale indimenticabile , proprio come in  “Thick as a brick”. Questo album, sorta di Commedia dantesca secondo Anderson, è stato definito controverso e divisivo. Ma non fu certamente un flop, specie negli Stati Uniti. Tanto da essere annoverato ancora oggi, nonostante la complessità,  tra i capolavori della band. Compresa la copertina in bianco e nero della ballerina di danza classica  fresca di suicidio  sul palco ( a dare il volto alla sfortunata protagonista è Jane Calthorpe).  Un geniale pugno nello stomaco.
Il fatto è che “A passion play” forse non può entrare in circolo la prima volta. Chi scrive, ad esempio, ebbe questo impatto. Lo ascoltò  e, siccome non era né “Aqualung” e neppure “Thick as a brick”, opere eccezionali che hanno anche il pregio di incantare immediatamente l'ascoltatore, lo mise via e per qualche tempo si dedicò ad altro. Poi, dopo un po' di giorni, lo ritirò fuori e lo riascoltò. Da quel momento, “A passion play”, con il suo battito iniziale tipo “Speak to me” da “The dark side of the moon” dei Pink Floyd  (uscito nello stesso anno dell'album dei Jethro Tull)  fu il suo unico disco  per circa un mese. E lo affascinò talmente da, una volta a Londra, andare in pellegrinaggio, proprio come Rory Pilgrim, a Fulham road solo per ascoltare “A passion play” in loco. Avviso, dunque, a chi non lo conosca ancora: non ci si scoraggi la prima volta perché, insistendo, “A passion play” può divenire il disco della vita.