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Valtaro

Le storie degli strajè di successo

14 agosto 2018, 07:00

Le storie degli strajè di successo

MONICA ROSSI

Chi ha inventato il «fish&chips»? Per i sudditi dell'inossidabile Elisabetta II, non v'è dubbio: quella specialità è 100% English e suvvia!... giù le mani dall'anglosassone paternità.

C'è però chi solleva qualche dubbio: molti affermano che il merito di aver diffuso il pesce fritto in Gran Bretagna sia italiano. Si vocifera infatti che gli emigrati veneti rifugiatisi in terra d'Albione in epoca Risorgimentale avessero sentito la mancanza dello «scartosso de pés» - tradotto: cartoccio di pesce fritto - e l'avessero quindi replicata oltre Manica.

Secondo un'altra teoria, il merito sarebbe di un portoghese di origini ebraiche, tale Joseph Malin: pare avesse mangiato del pesce fritto servito in coni di carta al porto di Genova nel 1858 (Genova è in Italia, giusto?), in attesa di imbarcarsi per l'Inghilterra. Una volta a Londra, nel 1860, aprì una rivendita di «Fish ‘n' Chips» nell'East End.

Di leggende ce ne sarebbero altre, però ci fermiamo qui: lungi da noi l'intento di rispolverare una polemica già riportata da «The Telegraph» nel 2015. Quel che è certo e inconfutabile, tuttavia, è che quel cartoccio o cono racconta a gran voce una storia tutta italiana.

Sul finire del XIX secolo, infatti, «fritto» e «immigrazione» sono andati a braccetto, soprattutto nel caso degli immigrati delle nostre montagne: tra 8 e ‘900, molti figli dell'Appennino sono andati oltre Manica in cerca di fortuna dando il via all'epoca dei carretti (per la vendita di gelati e caldarroste), delle botteghe e dei «Café», dove al commercio di dolciumi, sigarette e bevande calde e fredde rigorosamente analcoliche abbinavano la ristorazione semplice della tavola fredda o calda, quella fatta di panini, pies, braciole di maiale, uova, salsicce e - appunto - pesce fritto con le patatine...

Sono storie affascinanti di valtaresi e valcenesi disseminati tra Inghilterra e Galles meridionale il cui ricordo è ancora vivo.

Storie di chi ha accumulato fortune immense, di chi è tornato a casa più o meno benestante (e chi no) o di chi invece ha scelto di rimanervi e oggi vede i figli portare avanti il mestiere dei nonni. Famiglie come i Vignali, i Tambini, i Cacchioli, i Dughi della Valtaro. O i Berni, i Bracchi, i Conti, i Sidoli, i Gambarini, gli Sterlini e i Rabaiotti della Valceno, pionieri degli «Italian cafes» nei villaggi delle valli del bacino carbonifero gallese.

LE SAGHE DI RABAIOTTI E STERLINI

Sul finire dell'800, Bardi e le sue frazioni hanno salutato molti Rabaiotti e Sterlini, diretti nel Galles meridionale in cerca di una vita migliore.

«Erano famiglie numerose: i primi ebbero undici figli, i secondi “solo” cinque - racconta Gabriella Sterlini, classe 1943 - Nel Galles prima e a Londra poi, tanto la mia famiglia materna (Rabaiotti, ndr) quanto quella paterna ha aperto bar e botteghe: vendevano caffè, tè, bevande rigorosamente analcoliche, dolciumi, gelati e piatti veloci, fra cui anche le specialità fritte. Nel 1963, an che io e mio marito Gianni (Strinati, ndr) ci siamo lanciati nel business: abbiamo rilevato il “Central Cafè” di Port Talbot (vicino alla costa orientale della baia di Swansea, ndr). Fu un azzardo, perché era decadente. Però era centralissimo, vicino al mercato, alle banche e alla strada che portava al mare. In poco tempo: tutto quello che preparavamo, dai panini ai gelati “Italian style” con frutta sciroppata o cioccolato, dai fritti ai tortini, veniva spazzolato via».

«Ma era una vita dura - aggiunge -. Tre anni dopo, siamo tornati in Italia, rilevando un bar a Borgotaro». Inizia l'era del «Centrale» di via Nazionale. «Un'altra scommessa! Ma da malandato che era, l'abbiamo portato al successo».

Lo stesso successo che ha baciato molti Sterlini. Come Ernesto, che ritornò in Italia subito dopo la Seconda Guerra da uomo ricco. «Ritirandosi dagli affari, portò a casa 45 milioni di lire!». A quei tempi, una gran cifra. O come Vittorio, che invece scelse New York e vi fece fortuna.

M.R.

IL SEGRETO? CAPIRE I GUSTI DEGLI INGLESI

Sapevate che il re dei sandwich di Londra è valtarese?

È Remo Vignali, classe 1937, celebre nella City degli anni ‘70 (e non solo) per le 27 e più farciture dei suoi gettonatissimi (e copiatissimi) panini. «Tutto ebbe inizio con mio padre Luigi, che partì per l'Inghilterra nel 1919 con suo fratello - racconta -. La loro idea iniziale era di andare in America, ma poi si fermarono nel Galles. Mentre mio zio decise di rimanervi, mio padre preferì stabilirsi a Londra, dove aprì il primo di cinque locali. Servivano i classici «fry ups for workers» (avete presente quelle prime colazioni “leggere” a base di uova, bacon, salsicce fritte? ndr), i pranzi veloci e il tè del pomeriggio a impiegati e operai». Il successo degli italiani in Inghilterra? «L'aver capito i gusti degli inglesi e le loro esigenze. Fino agli anni ‘60 non era pensabile proporre loro la cucina italiana: poi tutto cambiò». Giovanissimo, nel 1958, Remo rileva dal padre lo storico «Avery's Snack Bar». «Tra gli anni Settanta e Ottanta ho poi aperto quattro locali, tutti chiamati “Bar Remo” e tutti nel West End». Oggi si gode la pensione trascorrendo i mesi estivi a Bedonia. Ma la storia continua: il figlio Marco ha preso le redini della tradizione famigliare. A lui il compito di traghettare i Vignali della Valtaro oltre il secolo di attività.

M.R.

© RIPRODUZIONE RISERVATA

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