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INCHIESTA

Parma è pronta ad essere la capitale della cultura?

17 agosto 2018, 08:00

Parma è pronta ad essere la capitale della cultura?

LUCIA GALLI

C’è tempo. Ma sappiamo che tende a fuggire. Mancano sedici mesi: un frullo d’ali nella storia millenaria di Parma che, nel 2020, indosserà la corona di capitale italiana della cultura. Siamo pronti? Per capirlo non occorrono (solo) complicati business plan. Basta farsi un giro, turista in patria e per caso, a cominciare da piazza Duomo.

Cattedrale, Battistero, museo Diocesano: ecco il brand che il mondo ci invidia, quell’Antelami & Co. che ci proietta sulle prime pagine dei tomi di storia dell’arte. All’esterno il romanico passa il testimone al gotico; all’interno e in duomo, il rinascimento convive col barocco. Siamo un bel bigino: chi arriva lo sa, ma vuole sentirselo ripetere, magari anche nella propria lingua. E non sempre ci riesce.

Oggi, con intuizione pratica e felice, la biglietteria è unica e - nonostante sul sito, alla voce accessibilità, risulti ancora nella torre mozza - ha traslocato al museo (8 euro per museo e Battistero, cattedrale gratis). Qualche cartello in piazza potrebbe aiutare, evitando inutili peripli. Fondamentale, una volta al museo, conquistarsi una delle audioguide, pardon smart guide, incluse nel prezzo e valide per tutti e tre i monumenti. Sono meno di duecento: basteranno per il 2020? Può capitare che si dimentichino di offrirvela. Falsa partenza. A quel punto la visita è davvero mozza: non basta l’alternativa brochure, multilingue sì, ma troppo sintetica. Non basta nemmeno a prepararvi all’emozionante incontro ravvicinato col mitico originale dell’Angiol d’or. Qui le didascalie non ci sono; arriveranno dall’autunno – promettono dalla Fabbriceria – quando sarà inaugurato il percorso tattile per bimbi ed ipovedenti. Intanto, però, anche gli altri pannelli sono solo in italiano e, una volta scesi nel cuore sotterrano del museo, basta una svolta sbagliata per farsi il tour cronologico al contrario fra pavimenti rinascimentali che vengono dopo i mosaici paleocristiani, sotto lo sguardo di Salomone e della regina di Saba. Uscire dal museo senza audioguida, poi, può ridurre il piacere della visita. E’ un tablet, occupa entrambe le mani. Vero: impedirà forse ai più giovani qualche selfie e non sarà semplice per qualche fruitore più agée, ma racchiude due ore di contenuti davvero ben fatti. Affrontare senza la guida smart il battistero è un salto nel passato. E non parliamo dell’età degli affreschi: a raccontarli resistono due pannelli di numero e sei cornette anni ‘70 che con 2 euro fanno scorrere neorealistiche immagini sfuocate. A meno di non essere un insider e sapere che il custode ti può allungare, fino ad esaurimento scorte, una guida cartacea, ricca e multilingue, ma pure molto consunta con cui destreggiarsi fra mesi e stagioni scolpite e scene affrescate della Bibbia. All’esterno? Nemmeno un pannello su quell’unicum di bellezza che è lo zooforo e solo qualche fanciulla che, arricchendo il bestiario moderno, sbevazza birra stravaccata sotto al portone del giudizio universale. Bontà sua. Nella cattedrale va pure peggio: ci si viene, in primis, per la cupola del Correggio, per la deposizione di Antelami, per gli affreschi cinquecenteschi di Gambara. Si accede gratis: nemmeno un avviso a ricordare che l’opzione audioguida c’è. In compenso una selva disordinata di cartelli intima silenzio e decoro, poi due pannelli con la top ten da vedere spiccano oltre il portale. Nulla che spieghi che il museo raccoglie molto dei suoi arredi precedenti e così, travolti da tanta bellezza, per meglio comprenderla, resta poco altro se si escludono le solite cornette d’antiquariato – due di numero - e l’illuminazione che viaggia a monetine. Nelle cappelle laterali ci sono piccole spiegazioni nuove mentre nella cripta - che sarebbe dedicata alla preghiera - purtroppo, le due cappelle più belle sono sprangate e il povero Bernardo degli Uberti, fondatore della chiesa, è sepolto in totale tranquillità e assenza di segnalazione. Parma 2020, capitale della cultura: titolo meritato; claim azzeccato, «La cultura batte il tempo». Risultato? Speriamo almeno in un pareggio.

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