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MAXI FRODE

Falsi prosciutti San Daniele: indagati anche i «controllori» parmigiani

22 agosto 2018, 07:02

Falsi prosciutti San Daniele: indagati anche i «controllori» parmigiani

GEORGIA AZZALI

Una falsificazione colossale. Almeno secondo la procura. Oltre 270mila prosciutti San Daniele «taroccati» all'anno, ossia il 10% della produzione, per un totale di circa 27 milioni di euro. L'indagine, partita nell'estate del 2016 e coordinata dalla procura di Pordenone, è stata chiusa nei giorni scorsi. E tra i 103 indagati, tra cui anche 25 aziende, spuntano i nomi di Marco Sassi e Fausto Palmia, rispettivamente direttore generale ed ex dg di Ipq, l'Istituto Parma Qualità, uno degli organismi deputati al controllo dei prodotti Dop, che devono rispettare precisi disciplinari.

Secondo l'accusa, tutti e due avrebbero omesso di effettuare le dovute verifiche che avrebbero impedito la maxi frode alimentare e le contraffazioni. In particolare, come si legge nell'avviso di conclusione delle indagini, Sassi - che era responsabile assicurazione qualità di Ipq - e Palmia, come direttore generale, non avrebbero svolto il controllo sulle genetiche non ammesse dei maiali, sulla macellazione prima dell'età minima prevista, sul peso medio per partita, oltre che sull'alimentazione degli animali. Coinvolto nell'inchiesta anche lo stesso Ipq, a cui viene contestata la violazione della legge 231, la norma sulla responsabilità amministrativa degli enti, perché non avrebbe messo in atto modelli organizzativi tali da impedire i reati contestati. «Mi riservo di valutare gli atti, che non ho ancora avuto modo di approfondire, prima di eventuali commenti», si limita a dire Mario Bonati, difensore di Ipq.

Nel mirino degli inquirenti c'è l'intera filiera produttivo-commerciale che ruota intorno al grande business del prosciutto di San Daniele: allevatori, veterinari, addetti del macello di Aviano, ispettori del Consorzio di tutela, prosciuttifici friulani, oltre che gli organismi di controllo Ipq e Ineq (Istituto Nord Est Qualità). Per otto persone la procura ha ipotizzato anche l'associazione a delinquere finalizzata alla frode in commercio di prodotti agroalimentari con denominazione di origine protetta e alla contraffazione della Dop «Prosciutto di San Daniele». Perché in una decina d'anni - secondo la procura - sarebbero stati messi in commercio quasi 300mila prosciutti che non avrebbero potuto fregiarsi dell'etichetta San Daniele: prosciutti con cosce di Duroc danese (una genetica non ammessa) o alimentati con scarti della produzione industriale del pane, della pasta, della pizza e dell'industria dolciaria. Tutte scelte proibite, non previste dal rigoroso disciplinare. In molti casi, inoltre, i suini sarebbero stati macellati prima dell'età minima prevista e avevano un peso medio vivo per partita o carcasse con un indice di massa magra superiori al massimo ammesso.

Tra i 103 indagati c'è anche chi avrebbe messo in scena una gigantesca truffa per ottenere un contributo previsto dal piano di sviluppo rurale dell'Unione europea di 400mila euro e per incassare ulteriori contributi per 520mila euro. Contestati anche vari reati fiscali e ambientali, oltre che falsi in atto pubblico.

Queste le accuse, con posizioni di grande rilievo e altre decisamente più marginali. In ogni caso, chi ha ricevuto l'avviso di conclusione delle indagini avrà 20 giorni di tempo per presentare atti difensivi o decidere di farsi interrogare. Poi la parola ripasserà alla procura, che deciderà quale strada percorrere: richiesta di rinvio a giudizio o archiviazione.

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