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Torrile

L'omicidio di Filomena: la disperazione dei familiari

23 agosto 2018, 07:03

L'omicidio di Filomena: la disperazione dei familiari

LUCA PELAGATTI

SAN POLO DI TORRILE - La sorella, con gli occhi sbarrati, continua a ripetere la stessa frase: «Glielo avevo detto di venire via, di lasciare questa casa». Come se quel condominio sgraziato di San Polo di Torrile, affacciato sulla Asolana, con i balconi ispidi di parabole puntate al cielo, potesse avere colpa se Filomena non c'è più. Come se bastassero quelle mura prefabbricate a spiegare una simile tragedia.

Ma è ovvio che non basta e non servono neppure le grida disperate dei familiari, le frasi sussurrate a mezza voce dai vicini, l'affanno di chi arriva di corsa, avvisato dal passaparola, e si sgola: «Vi prego, ditemi che non è vero».

No, purtroppo è tutto vero: Filomena Cataldi, 44 anni appena, mamma di una ragazza di diciotto anni appena compiuti, non c'è più, uccisa a furia di botte da F.G., un vicino di origine cinese che abita al piano di sopra di quella casa di via Romagnoli che ora si vuole maledetta. Ma che invece, è solo piena di disperazione e lacrime.

Tutto è accaduto nel pomeriggio, nell'appartamento che la donna, operaia alla B.M. Gastronomia, condivideva con il compagno Giovanni Pedrazzi, anche lui operaio di una delle tante aziende della zona. L'appartamento della coppia affaccia sulla strada al primo piano, quello del vicino orientale, sposato e padre di due bambini piccoli, è appena sopra, rivolto sul retro.

Se tra gli inquilini ci fossero problemi pregressi, screzi sedimentati nel tempo, non è ancora stato chiarito così come non si capisce se le chiacchiere che subito hanno iniziato a circolare nel paese, e che parlano di un uomo dal carattere aspro, abbiano qualcosa di vero.

La sola circostanza confermata, drammaticamente, è che l'uomo ha raggiunto, poco prima delle 18, l'appartamento della Cataldi, che in quel momento era sola. E l'ha colpita con ferocia.

Se i due avessero litigato, se ci sia stato un bisticcio che poi è esploso nella follia omicida lo stanno cercando ancora di ricostruire i carabinieri di Colorno e Roccabianca accorsi poco dopo e affiancati dal personale della Scientifica di Parma.

Certo è che l'uomo, ha preso un corpo contundente - una prima indiscrezione parla di un portacenere. E dopo avere picchiato con le mani Filomena l'ha finita colpendola con forza. Fino ad ucciderla.

Poi, forse lui stesso - ma questo sarà solo l'analisi delle registrazioni del 118 a confermarlo - ha lanciato l'allarme avvisando i militari che sono arrivati a sirene spiegate insieme ad una ambulanza e ad un'automedica. Ma per la donna era troppo tardi. E non c'è stato nessun modo di salvarla.

Nel giro di pochi minuti il cortile della casa, incastrato tra la facciata e l'ennesimo capannone industriale, si è riempito di gente. E tra gli altri è arrivato anche il compagno di Filomena che, sotto choc, ha assistito sgomento al consueto viavai di divise e personale dell'emergenza. Che questa volta, però, se ne sono dovuti andare con la sirena spenta. Senza neppure l'illusione di una estrema corsa verso il Maggiore.

Il presunto assassino, nel frattempo è stato fermato, trattenuto nella abitazione e poco dopo trasportato in caserma. Da parte degli investigatori bocche cucite e nessuna conferma. Non si sa se il cinese di fronte ai militari abbia parlato, abbia fornito una propria versione, una qualunque spiegazione. Solo uno dei carabinieri, a voce bassa, si è limitato a commentare: «Era completamente sconvolto, fuori di sè».

Ma questo è logico dopo un delitto così assurdo, crudele, apparentemente senza senso. Per tutta la sera, dopo l'arrivo dei pm Lucia Russo e Francesca Arienti, la casa è stata setacciata dai tecnici in tuta bianca che hanno cercato tracce e riscontri, dettagli utili per ricostruire quei momenti, sentendo anche i familiari, le persone più vicine alla coppia. Intanto, al piano di sopra, restavano accese le luci della casa dell'uomo dove, per tutto il tempo, sono rimaste la moglie dell'uomo e i due figli. A loro volta, vittime di questa storia.

Quando ormai su San Polo era calato il buio, è arrivato alla spicciolata un gruppetto di persone di origine cinese. «Siamo i parenti di lui», si sono limitati a dire ai carabinieri mentre i familiari di Filomena li abbracciavano. Tutti si conoscono, tutti frequentano e vivono quella casa di via Romagnoli. Tutti si sono trovati insieme a guardare le poche luci e le tante finestre spente. Simbolo di una casa che, adesso sul serio, forse tutti vorrebbero lasciare.

LA VITTIMA AVEVA 44 ANNI

ROBERTO LONGONI

SAN POLO DI TORRILE - Una madre, un padre e una sorella che gridano di dolore e rabbia, lo sguardo fisso al portone dell'assassino. Un giovane che cammina avanti e indietro come in una gabbia, gli occhi rivolti ora al cielo ora all'asfalto del cortile. Parla tra sé. Quel che è accaduto non lo sa fino in fondo, e quanto sa cerca di negarselo sottovoce, anche se il mondo attorno glielo conferma. La sua Filomena, non l'ha nemmeno potuta rivedere: rientrato poco dopo le 18, ha trovato i carabinieri sul portone. Al primo piano, la compagna giaceva, in una pozza di sangue. A un paio di rampe di scale, ma irraggiungibile. Per sempre.

Quando il presunto omicida viene caricato sulla «gazzella» che lo porterà in caserma, i familiari della vittima si alzano per raggiungerlo. Le grida si fanno ancora più intense, ma lo slancio si infrange contro il muro dei carabinieri. Partita l'auto, restano il silenzio e le lacrime dei parenti, alle quali si aggiungono altre lacrime, via via che tam-tam dei cellulari richiama gli amici al 2 di via Romagnoli di San Polo di Torrile. Sguardi sgomenti e increduli che si specchiano tra chi s'affaccia ai balconi e chi sta sotto, in attesa di poter rientrare o di chissà che.

Il palazzo della tragedia è lungo e basso, due piani appena, per due portoni e altrettante scale, con una quindicina di appartamenti ciascuna. Dalla facciata sporgono antenne paraboliche e la stentata foglia di una pianta. A spezzare il grigio la macchia di un mazzo di fiori finti. Ai citofoni del civico 2 una babele di nomi. Sei sono di famiglie di chiara provenienza africana, tre di cinesi (tra i quali F.G.). Oltre ai tre in bianco ce ne sono altrettanti di famiglie italiane. In uno compare Cataldi, il cognome di Filomena. Dicono che i carabinieri di Colorno siano dovuti intervenire più volte, per sedare liti familiari e liti condominiali.

«Ma mai e poi mai avrei pensato a una cosa del genere racconta un operaio senegalese in Italia da quasi trent'anni. L'uomo lavora alla G&G, nel capannone oltre a quello che fronteggia il lato lungo del caseggiato: la stessa fabbrica che da anni dà lavoro a F.G. e che, fino a poco tempo fa aveva tra i dipendenti anche il compagno della donna appena massacrata di botte. Conosce il cinese che i carabinieri hanno appena portato via, conosceva Filomena Cataldi («Una bravissima persona, molto gentile, sempre pronta a salutare»). Ma conoscere è una parola grossa, quando tra vicini non ci si saluta per nome, semplicemente perché non lo si sa. Un altro racconta di aver visto uscire di corsa la moglie del presunto omicida. «Ha ucciso qualcuno» avrebbe gridato. Lui l'avrebbe seguita in cortile, i pantaloni sporchi di sangue. Per poi chiamare il 112: «Venite a prendermi, ho ucciso una persona».

Difficile capire una lite condominiale tra chi abitava al secondo piano, nella parte di palazzo affacciata sull'interno e chi (è il caso della vittima) aveva casa al primo piano, ma sul lato opposto, lungo l'Asolana. Tra loro in comune c'erano solo le scale. Che i bambini del cinese (uno di un anno circa, l'altro di cinque) facessero chiasso salendole? Che disturbassero in cortile? Ma non si è nemmeno certi che sia stato il «malvicinato» a portare all'ultimo, fatale litigio. Certezze, non ce ne sono. Tutto sembra assurdo. Intanto, l'ambulanza ha portato via la mamma e la sorella di Filomena colte da malore. Rimane il padre. Non grida più. In gola gli è rimasta solo la voce per ripetere: «Figlia mia, la mia vita è finita».

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