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OMICIDIO DI SAN POLO

Fang sarà sottoposto a perizia psichiatrica

24 agosto 2018, 08:03

Fang sarà sottoposto a perizia psichiatrica

ROBERTO LONGONI

SAN POLO DI TORRILE - Scovare il presunto responsabile dell'omicidio di via Romagnoli è stato semplice. E' stato lui stesso a chiamare i carabinieri, pronunciando tre frasi pesanti come macigni: «Venite a prendermi, vi aspetto: ho appena ucciso una persona». No, il problema qui è trovare il movente. Perché non c'è. E' come se Filomena Cataldi fosse stata uccisa dal niente. Il niente diventato sospetto e poi ossessione sempre più costante nelle paranoie di Guelin Fang, fino a scatenare una furia brutale.

Che il 36enne operaio cinese fosse violento, come dicono alcuni, o che non lo fosse, come sostengono altri, poco importa. In questo caso è ritenuto colui che ha massacrato di botte una donna inerme. Per un motivo che esisteva solo nella propria mente. Interrogarlo fino alle 3 di notte nella caserma di Colorno, per il procuratore reggente Lucia Russo e il sostituto Francesca Arienti, magistrati titolari dell'inchiesta, e per i carabinieri ha significato affacciarsi su un abisso. Una voragine nella quale probabilmente nemmeno il presunto omicida sapeva di essere precipitato. Fang dovrà essere sottoposto a perizia psichiatrica. Al più presto, verrà affidato l'incarico: servirà l'aiuto di uno specialista per cercare di affondare il più possibile lo sguardo in questa voragine.

Che cosa sia stato a scavarla, è impossibile dirlo. Ma non siamo di fronte a una tragedia scatenata da una lite condominiale degenerata in un raptus omicida. Forse, c'era stato in passato qualche dissapore tra la famiglia cinese residente al secondo piano del civico 2 di via Romagnoli e quella di Filomena Cataldi inquilina di un appartamento al primo piano e sul lato opposto della palazzina, che si specchia sul viavai dell'Asolana. Ma niente di grave e comunque nulla che fosse rinnovato da tensioni quotidiane. Si può immaginare che potesse non esserci una gran simpatia tra i due nuclei. Pochi mesi fa, poi, Alessandro Pedrazzi, convivente della vittima, era stato licenziato con altri dalla G&G, nella quale invece il 36enne cinese aveva mantenuto il posto: anche questa situazione potrebbe aver contribuito ad accrescere le distanze. Ma da qui a immaginare quanto è poi accaduto l'altro pomeriggio ce ne corre. Eccome. Nessuno avrebbe potuto immaginare.

E invece, chiuso nella propria ossessione, a immaginare era Fang. Troppo. Arrivando alla fine a temere che Filomena e il compagno stessero macchinando qualcosa di terribile alle spalle sue, della moglie e magari anche dei due figli, uno nato da poco, l'altro di sette anni. Prigioniero del proprio stesso delirio, il presunto omicida avrebbe cominciato a interpretare occhiate, gesti e toni di voce come indizi di un odio che sarebbe alla fine sfociato in chissà che cosa. Pare che il 36enne sia arrivato a sospettare, anzi ad avere la certezza, che gli italiani fossero pronti a pagare i vicini di origine africana perché uccidessero lui e i suoi cari. Perché questa convinzione attecchisse nella sua mente dev'essere bastato un paio di sguardi interpretati come ostili da parte dei vicini di colore. Chissà se qualcuno a lui vicino ha mai saputo di queste sue farneticazioni.

E chissà se l'altro pomeriggio Filomena gli avrebbe aperto la porta di casa, se avesse immaginato che era lui. Lei aspettava il compagno, quando ha sentito suonare il campanello. Non ha nemmeno chiesto chi fosse al di là dell'uscio. E un attimo dopo si è trovata a tu per tu con il vicino. Se l'aggressione sia stata preceduta da un litigio, non si sa. Pare che lei abbia tentato di difendersi in qualche modo: del suo strenuo tentativo sono rimasti i segni addosso sul corpo di Fang. Ma ha potuto fare ben poco contro quella furia cieca: le botte prima, poi i colpi inferti con un mortaio.

Dopo, lui è rientrato in casa dalla moglie. Come in trance, come se parlasse di un altro, ha detto quanto era accaduto. E calmo e deferente ha atteso gli inquirenti e chi lo avrebbe portato via. Il sangue che sporcava i suoi vestiti confermava che sì, quella era la verità. Terribile e senza ritorno, comunque sia una sentenza di condanna per due intere famiglie. Una verità peggiore del peggiore degli incubi, figlia di mesi di allucinazioni.

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