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L'intervista

Luca Salsi: «Canto Verdi liberandolo dal “tonnellaggio vocale”»

26 agosto 2018, 07:00

Luca Salsi: «Canto Verdi liberandolo dal “tonnellaggio vocale”»

VITTORIO TESTA

C'è sicuramente anche una vena di follia, propellente non raro in chi è nato in nella pianura verdiana parmense, scenario metafisico di nebbie, gelo, caldo torrido, di albe e tramonti mozzafiato, che infatti alimenta lo spirito ilare e sognatore, saggio e insieme guascone di Luca Salsi: il quale, certamente abitato dal suo infallibile demone melodrammatico, in un quarto d'ora di temeraria pazzia dirottò il proprio destino di bravo cantante lirico in un'apoteosica conquista della fama mondiale.

New York, 2015, lei è ingaggiato dal Metropolitan, a sera sarà lord Ashton, «Lucia di Lammermoor». All'una e mezza trilla il telefono…

«E' Placido Domingo, sta male e non potrà essere Don Carlo nell'Ernani , spettacolo pomeridiano. Mi prega di sostituirlo. Manca poco, corro subito al Met, in dieci minuti mi vesto, faccio i vocalizzi e entro in scena. Fila tutto alla perfezione. Un riposino e due ore dopo canto, come da programma, nella Lucia».

Cosa pensava in quei momenti?

«A niente».

Una cosa da pazzi

«M'è venuto naturale, stavo bene, l'occasione di lavorare con James Levine era unica e imperdibile. Il giorno dopo giornali e tv mi han fatto fare il giro del mondo. Scopro che prima di me soltanto Richard Tucker aveva compiuto un'impresa simile».

Tucker, il tenore preferito di Toscanini… Ma è chiaro che in questa bellissima avventura c'è lo zampino del demone al servizio del Genio, il corrucciato e corrusco padre Verdi che sceglie i suoi sacerdoti. A partire dalla nascita: Luca è mancino, i genitori gli fanno studiare pianoforte per irrobustire la mano destra. Musica, dunque, anziché rugby o calcio per questo ragazzone possente.

E l‘incontro con Verdi?

«A sette anni, nel 1982 al Teatro Regio, il Rigoletto con Kraus, Nucci, la Serra e Michele Pertusi, un quasi imberbe Sparafucile».

Una folgorazione?

«Beh, ero piccolo, m'era piaciuto ma vivevo l'infanzia di tutti i bambini, certo la musica mi attraeva. E poi più tardi scoprii i due artisti che come nessun altro mi emozionavano al punto da sentirli ogni giorno: Cesare Siepi ed Ettore Bastianini».

Un basso e un baritono. Anche questo è un po' strano, in genere da giovani si sogna di diventare sparatori tenorili di acuti, di «Vincerò». Ma non per chi ha dentro di sé il destino di futuro cesellatore dei personaggi forse più amati da Verdi, padri straziati, gobbi plurimaledicenti, condottieri cui il fulmine divino strappa il regio scettro. Baritoni.

«Prima da basso, a 16 anni nel coro Pizzetti, con il maestro Adolfo Tanzi che mi insegna il Catalogo di Leporello e mi spinge a far l'esame per entrare al Conservatorio. Anni di studio, poi la Corale Verdi, il Coro del Teatro Regio. E il 16 settembre 1997, a ventidue anni, l'esordio a Bologna nella Scala di seta, di Rossini».

L'inizio di una carriera straordinaria, successi e ovazioni in tutti i più grandi teatri del mondo, un repertorio vasto nel quale spiccano sedici ruoli verdiani. E secondo la critica è un Verdi di grande classe, sottratto alle degenerazioni di una prassi esecutiva grossolana e fuorviante, bandistica e urlata.

Un compito non facile

«E' una specie di missione, un punto d'onore che mi sono dato, anche grazie a due maestri ai quali devo tutto. Grazie a Dio ho incontrato Carlo Meliciani e in seguito Riccardo Muti. Il primo mi ha insegnato la tecnica, l'uso del fiato, il suono sempre immascherato e alto, la fedeltà al testo. Le partiture verdiane sono colme di indicazioni: piano, pianissimo, a mezza voce, canto soffocato. Indicazioni troppo spesso ignorate per comodità: è più facile cantare Verdi a squarciagola e tramutarlo da compositore raffinatissimo in un autore quasi circense. E qui devo fare un monumento al maestro Riccardo Muti, in assoluto il più bravo direttore verdiano e non solo. Con lui è entusiasmante entrare dentro il melodramma verdiano, mettere in risalto i colori, gli accenti, lo scavo psicologico del personaggio, i contrasti, le sfumature. Una meraviglia per troppo tempo sommersa da un Verdi eseguito con tonnellaggio vocale e famigerati accompagnamenti bandistici, “zum-pa-pa-zum”».

Il difficile sarà convincere le fazioni passatiste, amanti del Verdi d'antan…

«Pazienza, ci sarà sempre chi in teatro rimpiangerà il proprio idolo che cantava in tal maniera, un esercizio a ritroso, da gambero: ciascuno dirà che quell'interpretazione ascoltata in quel lontano giorno era migliore. Amen. Io non rinuncio a cercare il Verdi più autentico, quello che indaga la nostra anima e con il canto legato, il fraseggio, la parola scenica, mette a fuoco i nostri caratteri, l'amore, la passione, la gioia e il dolore, ne coglie l'essenza intima, primaria, universale».

Dopo l'Arena di questa sera?

«Il Macbeth al Teatro Regio. La mia opera preferita che con il maestro Muti ho fatto di recente per ben tre volte».

Il Regio, Parma. Essere parmigiani e parmensi può aiutare a capire Verdi?

«Credo di sì, credo che essere figli di questa terra possa essere un motivo di comunanza con il Genio nato e cresciuto tra i campi delle Roncole e di Busseto, a quell'epoca un' arcadia contadina, silenzi e natura, lo studio dei caratteri delle persone, gli stupori delle stagioni. Sì, c'è qualcosa di spirituale, un filo che ci lega a Verdi. Anche per questo occorre rispetto e gratitudine: altrimenti, maltrattando la sua musica, si spezza».

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