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EDITORIALE

La Cina è vicina. Forse anche troppo

di Francesco Bandini -

27 agosto 2018, 15:56

La Cina è vicina. Forse anche troppo

La Cina è vicina, recitava il titolo di un film degli anni ‘60. Ora però il gigante asiatico sta diventando un po’ troppo vicino. A questo punta il mastodontico progetto della «nuova via della seta», con il quale la seconda economia del pianeta sta creando corridoi di comunicazione attraverso Eurasia e Africa per facilitare e potenziare ancora di più i propri commerci. Un espansionismo poco appariscente ma impetuoso, che da tempo preoccupa le diplomazie di mezzo mondo, perché questo dinamismo senza freni ha già cominciato a sconfinare dal recinto degli affari per invadere quello della geopolitica e perfino – cosa quanto mai inquietante – della capacità offensiva (con basi militari oltremare e armamenti nucleari su bombardieri).
Un vero e proprio imperialismo del ventunesimo secolo, ancora in fase embrionale, ma che con l’infallibile arma del denaro punta nel lungo periodo a scalzare gradualmente quello americano, facilitato in questo da un mondo non più diviso in due blocchi con due grandi potenze planetarie, ma caratterizzato da una superpotenza – gli Stati Uniti – molto più attenta a guardare in casa propria che non verso l’esterno e da una frammentazione e un’instabilità internazionale che facilitano l’affermarsi di potenze regionali. Un contesto in cui a fare la differenza sono i soldi e il potere di condizionamento (e di ricatto) che da essi deriva.
Nel caso della Cina questo fenomeno è ormai manifesto. Gli hanno anche dato un nome: la «trappola del debito». Funziona più o meno così: si prestano soldi a palate a Stati deboli e poveri (e spesso corrotti) per finanziare progetti grandiosi (ovviamente funzionali al piano di penetrazione cinese) e se la nazione in questione non riesce a onorare il prestito ricevuto, la Cina entra in campo mettendo le mani direttamente su tutto ciò che c’è da accaparrare, prendendo possesso di intere infrastrutture strategiche. È già successo e di sicuro si ripeterà.

Di fronte a questo dilagare c’è chi comincia a correre ai ripari: l’Australia ad esempio ha appena emanato una legge contro le interferenze straniere, parlando senza mezzi termini di questione di «sicurezza nazionale». Ma c’è anche chi non vede l’ora di gettarsi nella bocca del lupo, come l’Italia. Il ministro dell’Economia Tria sarà nei prossimi giorni a Pechino a caccia di investitori disposti a comprare debito italiano, in vista del progressivo allentamento dell’acquisto di nostri titoli di Stato da parte della Bce. Altri Paesi fragili in Europa sono già caduti nella trappola, come la Grecia, il cui porto del Pireo è già in mano ai cinesi, e il Portogallo, dove la Cina imperversa in settori strategici.
Pechino ha messo gli occhi anche sul porto di Trieste, snodo strategico che garantirebbe una porta d’ingresso all’Europa centro-orientale. Una cosa però è certa: se ci metteranno dei soldi non sarà per fare della beneficenza, ma per farne «cosa loro». Intanto, nel governo italiano già si sono alzate voci entusiaste di fronte a questa prospettiva. La fame di soldi è grande, soprattutto per tentare di mantenere le impegnative promesse elettorali di qualche mese fa, ma prima di svendersi al Celeste impero bisognerebbe ricordare il recente monito arrivato da un diplomatico americano, che di fronte all’espansionismo finanziario della Cina ha evocato un aspetto che di solito si preferisce trascurare: «Questi sono investitori diversi dagli altri. Rispondono al potere politico».

fbandini@gazzettadiparma.net