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Verso Parma 2020

Pinacoteca Stuard: cosa funziona e cosa no

29 agosto 2018, 08:00

Pinacoteca Stuard: cosa funziona e cosa no

Lucia Galli

Non è ancora maggiorenne e, come tutti i giovani, può avere un grande avvenire. Magari da far sbocciare proprio con Parma 2020. Trasferita nel 2002 nell'attuale sede di borgo del Parmigianino, con un piccolo, ulteriore lifting, solo due anni fa, la pinacoteca Stuard dà l'idea di aver bisogno ancora di una piccola spinta per plasmare un carattere adatto a reggere la concorrenza, per esempio, degli altri monumenti blockbuster della città.

Aperta saggiamente di lunedì, chiusa di martedì, proprio per tener testa ai suoi ingombranti competitor, la Stuard mostra, fin dai primi ambienti, un grande potenziale, proprio a partire da quella che potrebbe sembrare la sua debolezza: un'altra pinacoteca, più piccola della galleria nazionale della Pilotta. Davide contro Golia? Solo in apparenza: in fondo, fra loro, sappiamo com'è andata a finire. Ecco perché la pecca più grave di questo luogo può sembrare un ingiustificato senso di inferiorità, acuito da quell'ingresso gratuito che pare un'ammissione di colpa. Eppure il «contenitore» è di grande fascino, fra ambienti che, come il sacello di san Paolo hanno anche mille anni, pavimenti in cotto, travi a vista, corridoi allestiti a quadreria che fanno tanto casa museo. Anche il «contenuto» non è da meno: Parmigianino, Michelangelo Anselmi, Alessandro Araldi, i Carracci, Mattia Preti, il Fiamminghino, Paolo Toschi, Canaletto, Amedeo Bocchi e molte tele di botteghe legate a Correggio, Lippi, Jan van Eyck, Paolo Uccello, Guido Reni e Guercino, fra gli altri.

Vi sembrano figli di un pennello minore? Sono, piuttosto, un compendio esaustivo di storia dell'arte, con un bel focus sulla pittura emiliana e sulle tinte parmigiane: c'è perfino un breve corridoio dedicato ai disegni e i progetti di Nicolò Bettoli per il Teatro Regio. Un «bignami» perfetto, per esempio, per chi abbia meno tempo per conoscere la città, interessi diversi o preferisca gustare l'arte a «piccole dosi». Benvenuti a casa della badessa Cecilia Bergonzi, dirimpettaia di quella Giovanna da Piacenza che si fece affrescare le stanze da Correggio. Ecco un'altra sfida: la pinacoteca e la più celebre Camera di san Paolo confinano. Al visitatore poco importano le beghe e le divisioni fra musei civici, gratuiti come lo Stuard, e Polo regionale, a pagamento come la Camera della badessa. Festeggiare i primi 18 anni abbattendo un muro – un tempo i luoghi erano collegati – in modo da creare un percorso comune potrebbe essere il miglior regalo: a Brescia, a Santa Giulia ci sono riusciti, raccordando edifici di più epoche, in un unico polo fra più apprezzati del Belpaese. Qui si trovano tre collezioni - quella del mecenate ottocentesco Giuseppe Stuard, quella della Congregazione di san Filippo Neri e quella comunale - , ventuno sale su due piani, fascinosi arredi in legno, armadio del boia compreso, e un chiostro «binato» che è una piccola chicca architettonica, purtroppo offesa da troppe erbacce e incuria. Questo dispiace a chi varca la soglia della Stuard. E anche, per esempio, che l'audioguida, promessa sul sito a 2 euro, in realtà non esista. O meglio: ci sarebbe, ma siccome non funziona bene e andrebbe pagata «le abbiamo messe via», sussurrano all'ingresso. L'ipotesi riparazione evidentemente non ha convinto. Resta, così, una brochure chiara, ma sintetica che, così come i pannelli, parla solo l'italiano. Questi ultimi, poi, nascondono anche una piccola grande beffa: di design quanto basta, sono in realtà una «mensola» dietro a cui qualche brochure multilingue sarebbe pure rimasta. Vallo a sapere. O meglio a scoprire, infilando alla cieca una mano. Nessuno te le segnala, forse perché non ne sono rimaste molte. Così, nascoste dietro al pannello, non servono, però, a nessuno. Eppure, tornare a stamparle – con uno sforzo esiguo, dato che la matrice c'è già – migliorerebbe molto la visita. La promozione alla serie A dei musei è, spesso, questione anche di autostima e non passa mai da un autogol.

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