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21ENNE VIOLENTATA

«Io, tenuta al guinzaglio e appesa a un gancio». E la procura deposita nuovi atti

04 settembre 2018, 07:03

«Io, tenuta al guinzaglio e appesa a un gancio». E la procura deposita nuovi atti

GEORGIA AZZALI

Un collare al collo agganciato a un guinzaglio e l'ordine di fare un giro nella camera del super attico. Federico Pesci, l'imprenditore di «Surf in Paradise», e lo spacciatore nigeriano Wilson Ndu Aniyem avrebbero preteso anche questo dalla ragazza nella notte tra il 18 e il 19 luglio. «L'uomo di colore - ha aggiunto - mi ha bloccato i piedi e mi ha legato le caviglie con una cintura, mentre Federico mi ha legato i polsi dietro la schiena con delle fascette rigide di colore nero, simili a manette. Una volta immobilizzata, mi sono ritrovata appesa per i polsi, probabilmente a un gancio pendente dal soffitto». E prima ancora le frustate, che sarebbero state inferte dal pusher. Poi la sequela di sevizie, con alcuni degli attrezzi ritrovati a casa di Pesci. C'è tutto questo nell'ordinanza di custodia cautelare, richiesta dal pm Andrea Bianchi e firmata dal gip Sara Micucci: un distillato di orrore. Un racconto travagliato, maturato a fatica. Ma per il gip assolutamente «credibile». Non solo. Prima degli interrogatori di garanzia la procura ha depositato nuovi atti che potrebbero aggravare la posizione dei due indagati.

«VOGLIO DIMENTICARE»

Monica (il nome è di fantasia, ndr) ha solo 21 anni, ma ha già un passato complicato. E un presente difficile da confessare. Eppure non cerca alibi. Già nelle prime dichiarazioni agli investigatori della Squadra mobile fa chiarezza su un aspetto cruciale di questa maledetta storia: si era accordata per avere un rapporto sessuale con l'imprenditore ottenendo anche qualche decina di euro in cambio. E non ha nessuna voglia, all'inizio, di puntare il dito contro Pesci e Aniyem. Quando viene convocata in questura, la mattina del 22 luglio, dopo essere stata dimessa dal Pronto soccorso la notte precedente con una prognosi di 45 giorni, Monica riferisce una storia senza capo né coda. Dice di aver cominciato a prostituirsi in strada Baganzola un paio di settimane prima. E quella notte, tra il 18 e il 19 luglio, racconta di essere stata caricata in auto da due uomini (un italiano, che le aveva detto di chiamarsi Federico, e uno di colore) che poi avrebbero abusato di lei, «legandola agli arti e alla gola». Non aveva voluto fare denuncia, perché era «molto scossa» e «voleva dimenticare tutto», spiega.

I SENSI DI COLPA E LA DENUNCIA

Ma quella versione non regge. Gli investigatori si rendono subito conto che la ragazza sta nascondendo qualcosa. In più, le immagini delle telecamere piazzate sui luoghi in cui la ragazza dice di essere stata sconfessano quella ricostruzione. Richiamata in questura il 25 luglio, rivela di sentirsi in colpa per essersi «infilata da sola in una situazione sconveniente». Ma viene rassicurata, e a quel punto comincia a raccontare la trama di quella notte. Una versione che confermerà, precisando alcuni dettagli, anche il 14 agosto. Fa il nome di Federico Pesci, 46 anni: uno sconosciuto per lei, fino alla metà di luglio, quando riceve da lui una richiesta di amicizia su Facebook. Poi, i messaggi si susseguono e cominciano a intensificarsi. Fino alla sera del 18 luglio, quando decide di uscire con lui. Verso le 9, è lui che la passa a prendere in moto, e già durante il tragitto si accordano sulla serata. L'intesa è chiara, secondo la ragazza: un incontro a due, senza alcun riferimento a pratiche estreme. Prima di andare a casa di Pesci, i due si fermano a lungo in un bar. Verso mezzanotte e mezza risalgono in moto e vanno nell'attico dell'imprenditore, in via Emilio Lepido. Bevono parecchio: «Sono arrivata già ubriaca a casa di Pesci», preciserà Monica quando verrà sentita a metà agosto.

«HO TEMUTO PER LA MIA VITA»

Ha bevuto, accetta anche di tirare un po' di cocaina, che le offre Pesci, e di sorseggiare ancora del vino. Si spogliano, si avvicinano, ma immediatamente - secondo quanto riferito dalla ragazza - l'imprenditore chiama lo spacciatore, 53 anni, e chiede a Monica: «Se viene anche questo, tu sei disposta a fare quello che dico io? Mi obbedisci?». «Io ho acconsentito - spiega la ragazza agli inquirenti -, ignorando quello che sarebbe successo». Le frustate. Le mani e le caviglie legate. Una pallina in bocca bloccata con una cinta dietro la nuca per impedire che si sentissero le urla. I giri per casa al guinzaglio. E poi una terribile serie di sevizie, intervallate da quattro pause, durante le quali avrebbe sniffato e bevuto. «Sono arrivata addirittura a temere per la mia incolumità», si legge nell'ordinanza.

E' il racconto della ragazza. Che cozza con quello di Pesci e dell'amico pusher. Ma il gip non ha avuto dubbi sulle parole di Monica. E sull'«elevatissima pericolosità sociale» dell'imprenditore e dell'amico, inclini - aggiunge il giudice - «a commettere atti di sopruso nei confronti di vittime in condizioni di maggiore debolezza, senza alcun minimo freno inibitore rispetto alle loro pulsioni sessuali».

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