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La Dallara fa 300 in formula Indy

04 settembre 2018, 07:00

La Dallara fa 300 in formula Indy

VITTORIO ROTOLO

Nell'automobilismo, il pilota che vince diventa l'uomo-copertina. Ma dietro l'affermazione del giapponese Takuma Sato nell'ultimo Gran Premio di Formula Indy disputato a Portland, emerge il lavoro di un team coeso ed affidabile: quello targato Dallara, che domenica ha festeggiato la vittoria numero 300 nella storia della prestigiosa competizione statunitense.

VENT'ANNI DI SUCCESSI

La prima era arrivata nel 1997, anno che segnò il debutto del marchio Dallara sulla scena delle corse americane: quel giorno a Phoenix, sul gradino più alto del podio salì Jim Guthrie e la Indycar vedeva la presenza anche di un altro costruttore, l'inglese G-Force.

Dal 2005, invece, il marchio creato dall'ingegner Giampaolo Dallara detiene il monopolio in termini di progettazione e produzione delle monoposto che prendono parte alla Formula Indy.

A questi bolidi con scocca in fibra di carbonio, il motore (che sprigiona una potenza di 700 cavalli) può essere fornito da Honda o Chevrolet. Il telaio, però, è sempre e solo Dallara. Una garanzia, che ha la stessa solidità della pietra miliare posta con il trecentesimo successo in questa competizione.

IL RACCONTO DI TOSO

«Mentre vedevo girare le auto in pista, ho ripensato a tutto ciò che è successo in questi anni. Ed è stato un po' come rivedere il film di una vita» esordisce Andrea Toso, responsabile Ricerca e Sviluppo e responsabile delle gare americane della scuderia di Varano Melegari, mentre cerca di esprimere a parole le sensazioni scaturite dalla gara di Portland.

«Quando iniziò questa avventura, la Dallara poteva contare su poco meno di un centinaio di persone e le corse sugli ovali apparivano quasi fantascientifiche, ai nostri occhi. Pur prendendo tante batoste, durante la prima stagione, non mollammo mai. E non fu solo questione di orgoglio, ma anche di sopravvivenza: in gioco, c'era infatti il futuro stesso della nostra azienda».

IL SOGNO

È cambiato il mondo, dal 1997 ad oggi. Ma, in questi ventun anni, non c'è stato mai un solo giorno in cui il team Dallara abbia smesso di sognare e, soprattutto, di perseverare nello sviluppo di componenti che fossero in grado di elevare la qualità delle prestazioni offerte dalle vetture in gara, contemperando le esigenze dello spettacolo con quelle – imprescindibili - legate alla sicurezza dei piloti.

«Abbiamo così ulteriormente affinato i criteri di stabilità aerodinamica – spiega l'ingegner Toso -: un aspetto fondamentale, perché in presenza di un detrito in pista o laddove si verificasse un testacoda, a simili velocità, parliamo di 360 km/h, una monoposto potrebbe decollare e finire in tribuna...».

Dal 2012, la Dallara assembla le vetture Indycar nello stabilimento di Speedway, a pochi passi dal mitico circuito di Indianapolis. «Siamo riusciti ad integrare la cultura italiana, caratterizzata da inventiva ed entusiasmo, con quella americana, basata invece sulla capacità di esecuzione e sull'ordine definito» - rivela Toso. Semplicità. Eccola, la strada maestra da seguire per far sì che le corse automobilistiche abbiano un futuro.

«La macchina attuale è leggera e pulita, nelle sue linee e nelle sue componenti. E piace» - rimarca il responsabile Ricerca e Sviluppo della Dallara. «Questa trecentesima vittoria – aggiunge – vogliamo perciò dedicarla alla generazione di tecnici e progettisti che verrà dopo di noi, nella speranza che gli stessi sappiano tener fede proprio al principio della semplicità. Solo così, la poesia che alberga nell'emozione suscitata da una vettura da corsa potrà davvero essere preservata».

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