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SANITA'

Alzheimer, un dramma per 10mila malati e 10mila famiglie

05 settembre 2018, 08:00

Alzheimer, un dramma per 10mila malati e 10mila famiglie

Katia Golini

La definizione «flagello del XXI secolo» calza a pennello. Colpisce nel mucchio, senza distinzioni di ceto sociale e formazione culturale, la malattia di Alzheimer, insieme alle altre forme di demenza. Un morbo che dilaga nelle società occidentali che invecchiano. Terrorizza per come trasforma le menti, progressivamente private della capacità di gestire pensieri e azioni.

I NUMERI DEL PARMENSE

Tra Parma e provincia sono 10mila i pazienti (6.600 in città). Quindi, 10mila le famiglie risucchiate nel vortice di un caos in cui spazio e tempo smettono di esistere.

«Sono classificati circa 80-90 tipi di demenza. L'Alzheimer ne rappresenta la forma più nota e diffusa» spiega il professore Paolo Caffarra, già ricercatore all'Università di Parma, ma ancora attivo nella didattica e nella ricerca, vice-presidente dell’Aima di Parma, socio fondatore della Società italiana per lo studio delle demenze (Sindem), nonché componente del suo consiglio direttivo, uno dei pionieri dello studio e della gestione delle malattie cognitive.

«E' stato calcolato - continua Caffarra -, tanto per dare un'idea, che nel mondo viene diagnosticato un nuovo caso ogni 3.2 secondi. Si tratta sicuramente di malattie che colpiscono la popolazione anziana, eccetto alcune forme genetiche che si manifestano tra i 40 e i 60 anni, e che hanno pesanti ripercussioni sull'intera società, non solo in termini economici. A Parma e provincia sono circa 10mila gli anziani affetti da demenza, un dato che si allinea alla media europea, con un 45% di persone al di sopra degli 85 anni e un 5,5% al di sopra dei 60-65».

CORRETTI STILI DI VITA

In una popolazione che invecchia, la malattia prende piede. Quali le cause? Alla domanda non è stata data ancora una risposta esaustiva, ma gli studiosi continuano la ricerca, compatibilmente con i fondi (pochi) a disposizione. «Non si conoscono le cause primarie della malattia - spiega il professore -, anche se l’accumulo della proteina amiloide nel cervello pare essere la causa più probabile. Sappiamo però che alimentazione scorretta, stili di vita sbagliati e mancata stimolazione cerebrale possono aggravare la situazione».

PRIMI SINTOMI E DIAGNOSI

Deficit di memoria, difficoltà e incapacità di trattenere informazioni recenti, i primi segnali del morbo, che, una volta insorto, non può che peggiorare. La sfida è rallentare il più possibile l'inesorabile declino. «L'inizio della malattia non è uguale per tutti - dice Caffarra, forte di un'esperienza trentennale sul campo a contatto diretto con migliaia di pazienti -. Tra l'altro, dalle prime alterazioni cerebrali alla manifestazione dei segni clinici passano dai dieci ai quindici anni. Per quanto concerne la diagnosi, quella precoce permette di anticipare l'applicazione di protocolli di cura che rallentano il deterioramento. Fondamentali per la diagnosi, l’esame neuropsicologico, gli esami del sangue, la Risonanza magnetica cerebrale e nei casi dubbi la Pet-Fdg e/o la Pet con il marcatore per l’amiloide».

IL MALATO E LA FAMIGLIA

Un vero e proprio cataclisma provoca il malato di demenza. Dietro ogni paziente malato c'è una famiglia in difficoltà. Il 90% di questi malati vive, infatti, nella propria casa. «Dai deficit di memoria si passa ai disturbi del linguaggio, dell’attenzione, delle funzioni di controllo, della capacità di elaborazione visuo-spaziale fino al disorientamento totale. Nelle fasi più avanzate non manca la sintomatologia delirante, l'agitazione che sfocia nella vera e propria aggressività. Con il tempo l'autonomia del paziente diminuisce e i famigliari devono sostituirsi alla persona malata in tutto e per tutto. Diventano una sorta di cervello d'appoggio, con tutto quello che questo implica. Si dice che per chi assiste un paziente affetto da demenza il giorno dura 36 ore. Tra l'altro spesso, al fianco di questi malati, ci sono i rispettivi coniugi, ossia persone di una certa età che non dispongono più di forze sufficienti per un impegno tanto pesante. Nel caso, meno frequente, in cui l'assistenza sia gestita dai figli, tocca più spesso alle figlie femmine. Non di rado si rende necessario modificare l’impegno lavorativo fino ad abbandonare il posto di lavoro. Non tutti possono permettersi una o più badanti. Un malato di demenza, tra costi diretti e indiretti, ha stimato il Censis, ha un costo di circa 70mila euro all'anno».

SERVIZI PUBBLICI

Fondamentale il supporto del servizio sanitario pubblico. A Parma il Centro dei disturbi cognitivi e demenze dell’Azienda Usl, di cui Caffarra è stato uno dei fondatori, prende in carico il paziente e lo segue con neurologi, geriatri, neuropsicologi che interagiscono con i servizi sociali. Un ruolo fondamentale ed insostituibile nell’assistenza al malato ed alla famiglia attraverso una serie di iniziative che comprendono anche la valutazione e la stimolazione cognitiva è svolto dalla Associazione italiana malattia di Alzheimer (Aima) presente nella nostra città da circa 25 anni. Ma la parte del leone continuano a farla i familiari. Con tutto quello che ne consegue.

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