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PARLA IL MEDICO

Cervellin: «Troppi 45 giorni di prognosi? Non si parli a vanvera»

05 settembre 2018, 08:03

Pierluigi Dallapina

Man mano che spuntavano nuovi particolari della terribile notte dai risvolti sadomaso, hanno iniziato a circolare anche giudizi critici sui 45 giorni di prognosi stilati da un medico del Pronto soccorso per la 21enne vittima di un presunto stupro. «Chi sostiene che siano troppi o ha visitato la paziente, pur non essendo medico, oppure parla a vanvera». Si esprime velocemente e in modo schietto Gianfranco Cervellin, il direttore del Pronto soccorso interpellato in seguito all'ennesima dichiarazione sui 45 giorni di prognosi, diventati ormai un caso a cui si sta aggrappando con tenacia soprattutto uno dei legali di Federico Pesci, il 46enne che avrebbe usato violenza sulla giovane, per una notte intera, insieme allo spacciatore nigeriano Wilson Ndu Aniyem.

Cervellin ha il tono di chi vorrebbe evitare di gettare benzina sul fuoco esprimendosi su una vicenda che, già per i dettagli che sono emersi fino ad oggi, rischia di rivelarsi incandescente sotto ogni profilo. Ciò nonostante, il primario accetta di parlare per chiarire cosa succede (in generale) quando una persona con evidenti segni di violenza ricorre alle cure del Pronto soccorso e per difendere l'operato dei «suoi» medici dalle ingerenze esterne, cioè dai giudizi di chi, pur non avendo una laurea in medicina, ritiene legittimo invocare un eventuale ridimensionamento della prognosi. «Sia chiaro, per rispetto dell'operato della magistratura, non ho nessuna intenzione di entrare nel caso oggetto di indagine, ma ho intenzione di fare chiarezza sui 45 giorni di prognosi e sul concetto di consenziente, che come una specie di mantra risuona attorno a tutta questa vicenda», premette Cervellin, deciso a parlare dopo che uno dei due legali di Pesci lunedì, all'uscita del carcere di via Burla, aveva fatto notare che sul corpo della 21enne le presunte lesioni gravi sarebbero da ricondurre, in realtà, ad «ecchimosi e lividi» e che non sono state riscontrate «lesioni a livello genitale».

Il primo punto sul quale il direttore intende essere molto chiaro riguarda, come detto, i 45 giorni di prognosi e la professionalità di chi li ha determinati. «La prognosi viene stilata dal medico del Pronto soccorso nella sua funzione di pubblico ufficiale. L'invito al ridimensionamento, ricorrendo a toni quasi sarcastici, mi porta a due tipi di considerazioni – afferma -. Primo, chi ha fatto riferimento al ridimensionamento ha per caso avvicinato personalmente la giovane arrivando stabilire in modo autonomo il tipo di lesioni presenti sul corpo della 21enne? Nel caso, si configurerebbe l'esercizio abusivo della professione medica, cosa che ovviamente non credo sia avvenuta. Secondo, se la ragazza non è stata visitata, leggendo certi commenti sul referto posso dire che qualcuno parla a vanvera».

La presa di posizione di Cervellin è molto netta e, da un lato, mette un punto fermo sulle responsabilità dei vari professionisti che stanno ruotando attorno a questa torbida vicenda.

«Voglio ricordare – specifica – che una prognosi può essere inclusiva anche delle lesioni psichiche e non solo fisiche. A questo punto vorrei porre una domanda: quanto tempo impiegherà la ragazza a superare tutta questa terribile storia?».

Il cervello è indubbiamente l'organo più complicato di tutto il corpo umano e le traiettorie che può prendere la mente dopo un trauma violento non possono essere previste o incasellate in qualche percorso di cura valido per tutti.

Chiuso il capitolo della prognosi, Cervellin parte dallo specifico fatto di cronaca per chiarire un aspetto determinante quando si parla di violenze, sessuali e non: quando la vittima può essere definita consenziente.

«Vorrei far capire che non è consentito a nessuno, anche se la controparte dichiara di essere consenziente, arrecare lesioni sul corpo di una persona», afferma con tono deciso, il direttore del Pronto soccorso, prima di rivelare un'eccezione a questa regola valida per tutti i cittadini.

«Il chirurgo - spiega - è l'unica figura titolata ad arrecare lesioni, o meglio, tagli, sul corpo di un'altra persona a fini di bene per arrecargli una guarigione, ma solo dopo aver informato il paziente dei rischi e dei benefici del gesto che sta per compiere e solo dopo aver acquisito il consenso informato, scritto e firmato».

Questo significa che le lesioni non sono mai lecite, nemmeno quando qualcuno - per qualche ragione difficilmente comprensibile ai più - chiede ad un altro di ferirlo, provocandogli tagli, lividi, escoriazioni o addirittura fratture.

«Ripeto - conclude Cervellin - solo il chirurgo può praticare lesioni sul corpo dell'altro, ma solo dopo aver ricevuto il consenso».

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