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LA STORIA

Soncini, l'eroe di guerra che Parma non sapeva di avere

14 settembre 2018, 08:00

Soncini, l'eroe di guerra che Parma non sapeva di avere

FRANCESCO BANDINI

Abbiamo avuto un Salvo D'Acquisto anche a Parma e non l'abbiamo mai saputo. Il suo nome è Fausto Soncini; anzi, era, perché è morto, ormai venticinque anni fa. Per quello che ha fatto nell'ultima guerra avrebbe meritato una medaglia, di quelle di peso, ma lo Stato gli ha accordato solo un encomio, per quanto «solenne».

Nessuno ormai potrà più stringergli la mano per il gesto che, insieme ad altri 43 ufficiali come lui, ha compiuto nell'inverno di 73 anni fa: un gesto che non è retorico definire da vero eroe: uno di quegli eroi che sono ancor più grandi perché non menano vanto di ciò che hanno fatto, ma lo tengono per sé, quasi nascosto nel profondo della propria memoria e della propria coscienza. Soncini era uno di loro: troppo radicata in lui la convinzione di avere fatto solo il proprio dovere, troppo grande il timore di far riemergere vicende dolorose che aveva deciso di tenere confinate nell'ombra del passato. No, nessuno potrà stringergli la mano ormai, ma almeno d'ora in avanti la sua città conoscerà il suo nome e la sua storia.

GLI EROI DI UNTERLÜSS

Un Salvo D'Acquisto parmigiano, si diceva. Tutti conoscono il nome del carabiniere che durante la Seconda guerra mondiale si offrì di essere fucilato dai tedeschi al posto di 22 civili fatti prigionieri dopo un rastrellamento. Così come tutti sanno chi sia stato padre Massimiliano Kolbe, il prete internato ad Aushwitz che si offrì di prendere il posto di un padre di famiglia destinato alla morte per fame. Ma ben pochi hanno sentito parlare di quelli che sarebbero poi stati indicati come «gli eroi di Unterlüss» (dal nome del campo di concentramento in Germania in cui furono rinchiusi): 44 ufficiali del regio esercito italiano che, fatti prigionieri dai tedeschi, fecero esattamente ciò che avevano fatto il brigadiere napoletano e il sacerdote polacco: offrire la propria vita per salvare quella di qualcun altro, e precisamente quella di altri 21 ufficiali che erano stati scelti a caso dai tedeschi per essere fucilati. Eroi due volte, se possibile, perché prima di offrire la propria vita si erano ribellati ai loro aguzzini in un modo che mai nessuno prima aveva osato attuare: avevano scioperato.

LA PARTENZA E LA PRIGIONIA

Fra i 44 eroi di Unterlüss c'era anche il parmigiano Fausto Soncini. Classe 1914, sottotenente dell'esercito assegnato al 156° ospedale da campo, nel marzo del 1941 fu imbarcato per l'Albania e da qui, pochi mesi dopo, venne trasferito sull'isola greca di Siro, nel mar Egeo, dove il 25 settembre 1943 fu fatto prigioniero dai tedeschi, che dopo l'armistizio dell'8 settembre da alleati si erano trasformati in nemici. Come ufficiale che si era rifiutato di aderire alla Repubblica sociale, fu classificato come internato militare italiano e destinato alla prigionia nei campi di lavoro forzato.

Il 16 febbraio 1945, quando aveva 31 anni, insieme ad altri 213 ufficiali che avevano fatto la sua stessa coraggiosa scelta, fu inviato al lavoro forzato in Germania, nell'aeroporto militare in disuso di Dedelsdorf, che avrebbero dovuto trasformare in un campo «civetta» su cui attirare i bombardamenti alleati.

LO SCIOPERO E L'EROISMO

Lì successe qualcosa di inaudito: i 214 ufficiali italiani si rifiutarono di lavorare per i tedeschi. Per sette giorni vennero portati sul posto e per sette giorni incrociarono le braccia. All'ottavo giorno, il 24 febbraio 1945, un ufficiale della Gestapo li fece mettere in riga e ne scelse uno ogni dieci per la fucilazione. In tutto, 21 ufficiali destinati a morte certa. Fu allora che accadde l'inimmaginabile: uno alla volta, spontaneamente, 44 fra coloro che non erano stati selezionati si fecero avanti per offrirsi di essere giustiziati al posto di chi aveva avuto la sventura di essere scelto. Un coraggio che spiazzò i nazisti, che ci misero svariate ore per decidere cosa fare. E alla fine sospesero la fucilazione, commutandola in carcere a vita.

L'alternativa al plotone di esecuzione, però, fu se possibile anche peggiore della morte: il gruppo di 44 coraggiosi ufficiali italiani fu infatti immediatamente trasferito in uno dei campi di concentramento più duri e disumani della Germania, quello di Unterlüss, dove furono sottoposti a ogni genere di maltrattamento e umiliazione. Nel giro di qualche settimana sei di loro morirono per gli stenti e le percosse. Ma gli altri 38 riuscirono a resistere e, dopo essere stati liberati il 9 aprile 1945, poterono tornare a casa. Fra loro c'era anche Fausto Soncini, sopravvissuto all'inferno.

IL RITORNO E IL «SEGRETO»

Lui, che era ragioniere, dopo la guerra trovò lavoro come funzionario alla Banca dell'agricoltura, nella filiale all'angolo fra piazza Garibaldi e via dell'Università. Viveva con la madre in un palazzo in fondo a via Repubblica, di fronte alla chiesa di San Michele, dove al piano terra Adelina Soncini gestiva un'osteria. Fausto si sposò tardi, nei primi anni '60, e andò ad abitare in via Goito. Alla moglie Giuliana Mutti, così come agli altri parenti, non raccontò mai i dettagli di ciò che aveva patito in guerra. Sapevano che era stato fatto prigioniero e che era stato deportato in Germania, ma di quel gesto eroico di cui si era reso protagonista insieme ad altri ufficiali nessuno lo aveva mai sentito parlare. Solo qualche volta, quando magari un nipotino faceva i capricci e si rifiutava di mangiare, parlava delle bucce di patate con cui si era sfamato in guerra e ricordava che quando era tornato a casa dopo la prigionia era ridotto a pelle e ossa. Ma per il resto non aveva mai fatto cenno agli orrori che aveva vissuto, né tantomeno aveva parlato di quel suo gesto eroico, che solo per un caso più unico che raro non gli era costato la vita.

IL PUDORE DI UN EROE

Non ne aveva parlato perché era riservato, perché non voleva impressionare la moglie così sensibile e, soprattutto, perché voleva rimuovere quei ricordi orribili di un passato ormai gettato alle spalle e superato da una nuova vita. «Della guerra parlava pochissimo – ricorda un cugino –. Non lo diceva apertamente, ma lasciava intendere che c'erano cose che voleva dimenticare».

Un segreto, quello che Soncini ha custodito per tutta la vita, che è un elemento comune anche a molti altri degli eroi di Unterlüss, che quasi mai – e, quando è successo, solo in età avanzata – hanno tirato fuori quei ricordi così drammatici, che con ogni probabilità anche loro avevano voluto rimuovere.

LA «SCOPERTA»

Fausto Soncini è morto nel 1993, a 79 anni. A lui, come a tutti gli altri 43 ufficiali di quell'incredibile vicenda, nel 1950 lo Stato ha riconosciuto un encomio solenne, mentre la medaglia d'argento al valor militare fu riservata solo ai sei morti durante la prigionia. Ma che anche lui fosse uno di quei 44 eroici ufficiali, a Parma lo si è saputo solo ora, 25 anni dopo la sua scomparsa. Non ha avuto figli e i suoi parenti più prossimi sono alcuni cugini, ma a tenerne vivo il ricordo c'è un'ambulanza, che la moglie Giuliana (scomparsa nel 2014 a 88 anni) ha voluto che fosse donata in sua memoria all'Assistenza pubblica di Parma, di cui Soncini era socio sostenitore.

Ora, finalmente, la città sa di avere avuto un eroe di cui non era a conoscenza. Sicuramente tanta pubblicità a Soncini non sarebbe piaciuta, riservato com'era. Ma almeno il riemergere di questa storia servirà a far sì che la sua memoria venga onorata come merita.

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