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Intervista

Vincenzo Costanzo: «Dalla fame all'Olimpo»

14 settembre 2018, 08:00

Vincenzo Costanzo: «Dalla fame all'Olimpo»

Vittorio Testa

Giovanissimo vincitore del Concorso Voci verdiane, adocchiato e torchiato per tre mesi da Leo Nucci e fatto esordire nella «Luisa Miller» a Busseto, nel Bicentenario del 2013, Vincenzo Costanzo, il tenore che dal 27 sarà Macduff nel Macbeth, compirà 27 anni il 5 ottobre, giorno della seconda rappresentazione al Teatro Regio. In quel tempo era un ragazzo simpatico e aperto, un napoletano sveglio e sagace ma con improvvisi annuvolamenti dell'umore, ripiegamenti malinconici, attacchi d'ansia. Chi scrive, partecipante all'organizzazione dello spettacolo, ebbe con lui un rapporto quasi paterno, persino improvvisandosi chiropratico, a rischio e pericolo della bloccata cervicale del tesissimo tenore. «Ricordo bene» dice adesso Vincenzo al cronista, seduti al bar del teatro: «Si può dire che dopo uno stage qui a Parma tutto cominciò a Busseto, con l'incontro di grandissimi maestri, il formidabile Leo Nucci, quel Fabrizio Cassi che gli anni di lavoro con Carlo Bergonzi hanno reso un grande musicista e insegnante di canto, e con il maestro Simone Savina, accompagnatore di grande gusto e classe. Ricordo le lacrime versate al termine di ‘Quando le sere al Placido' cantato sotto il cielo stellato davanti al monumento di Verdi: piansi commosso da quel lungo applauso».

A cena aveva un sorriso furbo da scugnizzo seduttore consapevole del proprio fascino e pronto a immalinconirsi negli occhi del mezzosoprano. Mi chiese: che ne pensa della mia voce? Glielo ripeto adesso, come incipit dell'intervista: Tu hai nella voce morbidezze e squilli, potenza e dolcezze, spavalderie e lacrime, ira e perdono. Una voce irresistibile che chiede, supplica amore. «Lo specchio della mia vita segnata dal uno sconfinato bisogno di dare e avere amore. Quando i miei genitori mi abbandonarono a otto anni d'età mi chiusi nel silenzio del dolore, dell'astio. Le mattine d'estate dalle quattro e mezza fino alle cinque del pomeriggio raccoglievo le albicocche nei terreni di mio nonno. Le paghette servivano a pagare le lezioni di canto. Vinsi la tristezza con un giuramento a me stesso: d'ora in poi, mi dissi, ogni atto, ogni mia azione, saranno rivolti al bene, all'amore. La vendetta avvelena la vita, è distruttiva e soprattutto autodistruttiva».

Hai mai più visto i genitori?

«Sì, sono venuti a teatro, mi veniva da piangere, per l'amore che nonostante tutto provavo per loro: li vedevo in sala, è stato struggente sentire che ancora gli volevo bene. M'applaudivano, io ero a pezzi».

E l'incontro come fu, cosa gli dicesti?

«Visto che vi siete persi?»

Torniamo all'infanzia, alla folgorazione per l'opera.

«A 6 anni, lo ricordo come fosse ora, sento in tv un motivo pubblicitario cantato da un tenore sulle note de “La donna è mobile”: salgo su una sedia e lo ricanto, mio nonno incredulo me lo fa ripetere ed esclama “Ma da dove l'hai tirata fuori 'sta voce?”. Avevo deciso: sarei diventato un cantante: anzi più grande tenore del mondo, per mostrare quel che valevo pur venendo dalla fame, contadino di Somma vesuviana».

Il canto come perorazione, il bisogno di essere percepito, ammirato, amato. Due anni nel coro voci bianche del San Carlo di Napoli, poi anni di studio intensissimo, il diploma al Conservatorio e la laurea in Ingegneria informatica con una tesi sui numeri primi all'Università Federico II, con finale dedicato al rapporto tra musica e matematica e conseguente obbligo scherzoso di cantare «O sole mio» per aggiungere al 110 il già meritato cum laude.

Ed è subito carriera scintillante. Il ruolo di Malcolm nel Macbeth del 2012; i premi per i primati di gioventù. Ed ecco che i grandi teatri di mezzo mondo gli schiudono le porte, La Fenice, Berlino, Lione, Genova.

E' per ben 200 volte Pinkerton nella Butterfly; poi Bohème, La Rondine, Le Villi. E Verdi: Nabucco, Traviata, Simon Boccanegra, Luisa Miller. Applaudito e celebrato come tenore di splendido avvenire è scritturato fino al 2021.

E adesso il ritorno in terra verdiana. Con quale spirito?

«Di gratitudine, di rispetto. Ligio alla regole della professione, studiare ogni giorno, condurre una vita sana, cantare con i nervi, come diceva Del Monaco. Prendere esempio dal grandissimo Carlo Bergonzi il sommo maestro di tutti noi tenori a partire dall'insegnamento del legato, del fraseggio, della nobiltà del porgere. E come lui anch'io sto in silenzio dal giorno prima della rappresentazione, per far riposare la voce e immergermi nel clima dell'opera. Busseto! Non vedo l'ora di sentire i profumi della terra di quella splendida campagna, rivedere la piazza, la sala prove, il palcoscenico, il teatro Verdi scrigno sonoro: sarà il viatico migliore per affrontare l'esordio come Macduff al Regio».

Costanzo, è sicuro: diventerà, dice, il più grande tenore del mondo per dimostrare che anche dal niente, dalla fame si può salire nell'olimpo.

Dunque auguri e in bocca al lupo, caro Vincenzo!

«Crepi! Ma qui in questa terra baciata dal Genio verdiano i lupi girano al largo o sono addirittura estinti per chi se lo merita. E io credo d'essere tra questi. E poi, nel caso di percezione di forze malevole, ho pronta la cerimonia spargisale antimalocchio. Ma andrà benissimo. Ho già pronto il culatello portafortuna». E Costanzo se ne va alle prove sempre felice di salire sul palcoscenico, il mondo che l'ha adottato, che soddisfa il suo bisogno di essere percepito, accettato, amato. Non a caso il suo motto preferito, parafrasando Cartesio, è «Canto, dunque sono».

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