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L'ORDINANZA

Pesci, l'atto d'accusa del Riesame: «La ragazza consenziente? Una versione smentita dai fatti»

15 settembre 2018, 07:03

Pesci, l'atto d'accusa del Riesame: «La ragazza consenziente? Una versione smentita dai fatti»

GEORGIA AZZALI

Di letterario o cinematografico - sullo stile «Cinquanta sfumature di grigio» - non ci sarebbe stato nulla in quella notte nell'attico di Federico Pesci, l'ex golden boy della moda giovane. Non solo giochini ad alto tasso erotico, conditi da alcol e cocaina, ma violenza. La ragazza, che ha fatto finire dietro alle sbarre l'imprenditore e il pusher nigeriano Wilson Ndu Aniyem, accusati di stupro e lesioni aggravate, è «pienamente attendibile e credibile», secondo il tribunale del Riesame. Eppure, per la difesa, lei sarebbe stata consenziente. Una versione «del tutto inattendibile e smentita dai fatti», chiariscono i giudici. Tuttavia, ieri mattina, a Pesci sono stati concessi i domiciliari - nell'abitazione dei genitori - perché gli arresti tra le quattro mura di casa sono «idonei e sufficienti» ad evitare che possa reiterare i reati, scrivono i giudici bolognesi nell'ordinanza.

NE' RANCORE NE' VENDETTA

Quindici giorni in cella: i primi cinque in via Burla, gli altri nel penitenziario di Modena. E ora, in attesa della conclusione delle indagini e del processo, la «reclusione» nella casa di famiglia. Pesci non potrà comunicare con nessuno, esclusi ovviamente i genitori e i legali: le prescrizioni del tribunale sono inflessibili. Ma ancora più duri sono i toni dell'ordinanza firmata dal collegio bolognese, presieduto da Rocco Criscuolo. Monica (il nome è di fantasia, ndr), 21 anni, un passato difficile e un presente altrettanto complicato, avrebbe raccontato la verità su quella notte tra il 18 e il 19 luglio. Fin dall'inizio aveva fatto chiarezza su un aspetto cruciale di questa maledetta storia: dopo aver accettato l'amicizia su Facebook del titolare del »Surf in Paradise», aveva detto di essersi accordata per un rapporto sessuale a pagamento. Poche decine di euro, per altro. Ma quando il giorno dopo era in Pronto soccorso, con il corpo coperto di lividi ed escoriazioni, non aveva fatto il nome di Pesci. E non lo fa nemmeno il 22 luglio, quando viene convocata la prima volta in questura. Inventa una storia assurda: lei caricata in auto, mentre si prostituisce in via Baganzola, e poi violentata da due uomini sconosciuti. Perché non ha rancore nei confronti di Pesci, voglia di vendetta né vuole ottenere soldi, mettono in luce i giudici. «Anzi - si legge nell'ordinanza - la sincerità delle accuse della vittima appare pienamente confermata dalla circostanza che ha mostrato, in un primo momento, di non voler nemmeno coinvolgere l'indagato Pesci nelle sue accuse».

LE LESIONI INTIME

Ma dal Pronto soccorso del Maggiore Monica è uscita con 45 giorni di prognosi. Eppure quel referto è finito nel mirino della difesa di Pesci. Lividi, escoriazioni, ma perché nessuna lesione nelle parti intime? I giudici danno una risposta che diventa il racconto di quella notte. E la prova - secondo il tribunale - che Monica ha detto la verità sulla trama della violenza: le manette, il frustino e quella pallina in bocca per impedirle di parlare. «A tale riguardo - si legge nell'ordinanza - occorre infatti ricordare come la... non abbia mai affermato che i rapporti sessuali siano stati perpetrati con coercizione o violenza fisica, determinati da una sua resistenza, ma che ella si sia determinata a tali rapporti, nel contesto di assoggettamento e impotenza nel quale si era ritrovata». Anzi, proprio l'assenza di quel tipo di lesioni evidenti nelle parti intime, in questa particolare situazione «è ulteriore elemento di riscontro della narrazione dei fatti effettuata dalla persona offesa».

I «BUFFETTI» CON LA FRUSTA

E se Monica è credibile, le parole di Pesci - durante l'interrogatorio di garanzia pochi giorni dopo l'arresto - non hanno alcun fondamento, secondo i giudici. Assolutamente «inverosimile» quella narrazione di pratiche sadomaso e bondage con una partner che si sarebbe divertita. «Il Pesci ha infatti parlato di avere "iniziato ad accarezzarla con un bastoncino che ho prelevato dal vaso delle orchidee", ma le escoriazioni, tumefazioni, abrasioni riscontrate risultano avere ben poco a che vedere con le carezze. L'uso del frustino "millecode" sarebbe consistito in "buffetti" sul corpo, sulla schiena, chiedendo alla ragazza se li gradisse. Ma tale conclusione... è totalmente smentita non solo da quanto riferito dalla parte offesa, ma soprattutto dagli esiti lesivi».

IL PUSHER SMENTISCE PESCI

Poi, ci sono le parole dello spacciatore nigeriano, chiamato quella notte da Pesci per portare nell'attico un po' di cocaina e partecipare al festino. Il pusher di «bamba», che non ha fatto ricorso al Riesame e resta in carcere: nell'interrogatorio di garanzia, anche lui aveva deciso di rispondere alle domande del giudice, negando ogni forma di violenza. Non ha lanciato accuse contro Pesci, «semplicemente» ha dato un'altra versione, e così ha smentito l'imprenditore. «Aniyem... - si legge nell'ordinanza - rendendo la sua versione dei fatti, ha ammesso i rapporti sessuali consumati con la... da lui stesso e dal Pesci, ma ha negato l'uso di strumenti tipo manette, collare e fruste usate sulla vittima... Tale negazione, completamente incredibile e inattendibile, deve essere adeguatamente apprezzata, dal momento che se la modalità di rapporti sessuali tenuti con la vittima fosse stata quella dichiarata dal Pesci, con esclusione quindi di qualsiasi violenza imposta e non consentita, Aniyem avrebbe ben potuto confermare la versione del coindagato, idonea a escludere la responsabilità di entrambi». Ma - per i giudici - non ci furono carezze con i bastoncini dei fiori. Né «buffetti» con il frustino.

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