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MOBILITA'

In bici sulla pista ciclabile numero 4, tra buche e lampioni

20 settembre 2018, 07:00

In bici sulla pista ciclabile numero 4, tra buche e lampioni

Roberto Longoni

Le 17,30 di un giorno qualsiasi. Ora di punta in strada e sui marciapiedi. Specie su quelli in teoria colorati di rosso o di verde, con il simbolo bianco della bicicletta stampato in terra, con tanto di cartello azzurro qua e là, a indicare i percorsi riservati ai ciclisti, dove le auto non potrebbero mettere ruota e nemmeno il pedone azzardare il passo. Quelli nella pratica invasi dalla vegetazione e dalla sosta selvaggia, stinti e acciaccati, disseminati di ostacoli e buche. Quelli che è già tanto ci siano, d'accordo, ma che non sono proprio come si vorrebbe. Alcuni sono peggiori, magari più periferici, dimenticati per questioni topografiche. Ma non è detto che quelli sempre sotto gli occhi di tutti siano per forza meno trascurati.

UN TRACCIATO PER TUTTI

Come la pista 4, che da barriera Repubblica punta dritto a San Prospero. Asse embrionale della città, coincidente con il lato orientale della via Emilia. Percorso in vetrina, percorso a sua volta dolente. A far da «apripista», Gino Ferri, ciclista ostinato, volontario di Fiab Parma Bicinsieme, in perenne «fuga dall'auto» su una city bike dagli ingranaggi precisi come quelli di un orologio. Nemmeno i ladri sono riusciti a disarcionarlo. «Questa - dice, orgoglioso della sua appendice meccanica - è uguale a quella che mi rubarono un po' di tempo fa. Va così bene da sembrare che ci sia la pedalata assistita». Si parte e si rischia subito di «arrivare»: se Ferri non fosse pronto a frenare. Durante l'attraversamento di barriera Repubblica (lato est), sulla rotta di Gino ci sarebbe già una monovolume pronta a stenderlo. Al volante, una signora con lo sguardo concentrato sul centro della rotonda di fronte a sé. Nessuno deve averle mai detto che la fascia rossa accompagnata alle zebre pedonali sull'asfalto significa «dare la precedenza alle bici». Ecco, di una precedenza i ciclisti possono essere certi: quella della prudenza. Nel senso che tocca a loro, anello debole della catena veicolare, mettercela per primi: sai che gioia essere investiti, sapendo di avere ragione.

TRA BUCHE E «COLLINE»

Il via alla ricognizione è all'angolo con via Paganini. Tra la strada e la pista il classico gradino. Poi, una «strettoia» di un'ottantina di centimetri delimitata a sinistra da sette colonnotti scuri: non proprio l'ideale, specie dopo il tramonto. Oltre a impedire la sosta alle auto rappresentano un ostacolo. E infatti molti continuano a pedalare sulla strada: anche perché la pista è occupata da un'auto e poi da un furgone appena oltre i paletti. Si è costretti allo slalom. E a tenere bene aperti gli occhi, per evitare di finire nelle buche che incorniciano gli alberi lungo via Emilia Est. La terra accanto ai tronchi è più bassa della pista: anche di sette-otto centimetri. Da evitare con le ruote sottili. O niente o troppo: poco oltre, davanti a Ubi Banca, un'aiuola senza albero, ma coltivata a erbacce, si erge come una collinetta. Spunti di divertimento per i ragazzini che sfrecciano sulle loro mountain bike. Scorci d'ansia per i pedalatori anziani. Da qui in poi, la pista si fa a doppio senso di circolazione. E raddoppia le difficoltà specie in un punto: l'attraversamento di via Zarotto. Ricompaiono i colonnotti. In teoria, dovrebbero impedire le soste sui marciapiedi, ma qui se ne contano due all'angolo, dove è difficile immaginare che qualcuno inventi un parcheggio (ma non si può mai dire, d'accordo). Se non altro, hanno una banda catarinfrangente, ma fanno sfiorare il frontale a un ciclista dopo l'altro. Si passa a doppio senso sul risicato marciapiedi: un occhio al paletto prossimo venturo, uno all'auto che sprinta dalla rotonda di Strada Elevata.

LO SLALOM

Di là dalla strada, tra lampioni e cartelli gli ostacoli si sprecano: di varie dimensioni, un po' su tutte le rotte. «Perché vado in bici? Per tenermi sveglia» dice un'anziana, inventando un sorriso. Basta una distrazione, per l'incontro ravvicinato con il palo. O per il gomito contro gomito sul tratto di pista a doppio senso. Verso l'arco di San Lazzaro la pista è in buone condizioni, ma stretta. E stretta rimane, dopo l'arco. Tornando travagliata. Di qui in poi, gli alberi riprendono. Ma ben più grandi, e piantati lungo la linea di mezzeria. Il doppio senso s'interrompe a una decina di metri dall'incrocio con via Gibertini: qui, in terra, c'è spazio per una freccia sola. Se nessuno frena, due bici si ritrovano a passare su una «carreggiata» larga una 60ina di centimetri. «Si va uno contro l'altro» commenta una signora. Le piante, dai tronchi più o meno larghi, sono al centro di cornici che creano saliscendi sulla pista. Gli alberi ingombrano e incombono: le luci dei lampioni spesso si trovano tra una fronda e l'altra. Difficile illuminare, in queste condizioni.

VERSO LA PERIFERIA

Ma all'altezza dell'Unicredit c'è di più: tre parallelepipedi di cemento, lascito di un cantiere, stesi al centro di un'aiuola. «Vacci contro e poi mi dici» commenta una ciclista (a quanto pare, le bici «in rosa» sono le più numerose). «E pensare che questo tratto l'hanno risistemato da poco» le fa eco una donna che segue a ruota. «Ci hanno lavorato prima delle elezioni. Qualcosa è comunque migliorato: prima c'erano delle buche incredibili. Ma non si può certo dire che questa sia una pista modello». E infatti si prosegue sempre sfiorando lampioni, seguendo improvvise deviazioni attorno a centraline elettriche. La situazione migliora qualche gimcana più in là, oltre l'incrocio con via Lucrezio Caro. Su questo tratto, il tracciato (magari solo un po' stretto) diventa un rettilineo di rosso più vivace, con una bella mezzeria al centro. Il traffico a due ruote si dirada. Sullo sfondo, la passerella bianca attraverso la via Emilia. Pochi la utilizzano. Da qui sembra una sghemba scultura. Un monumento alle buone intenzioni.

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