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Felino

Incendio di Poggio Sant'Ilario: Mohon condannato a dieci anni

20 settembre 2018, 07:03

Incendio di Poggio Sant'Ilario: Mohon condannato a dieci anni

Roberto Longoni

FELINO - Una moglie tale solo sulla carta (e per le carte burocratiche), perché la vera «moglie» è sua sorella. E una figlia la cui consanguineità non reggerebbe alle prove genetiche. Una storia familiare contorta, in cui tutto o quasi non sarebbe come appare. Una storia oscura, sulla quale gettarono una prima luce le sinistre fiamme di un incendio. Una delle poche cose esenti da dubbio è questa: il rogo ci fu, e ad appiccarlo fu Laurent Mohon Die, 55enne operaio ivoriano.

Un uomo tranquillo, fino alla notte tra il 24 e il 25 giugno del 2017, quando diede fuoco alla stanza nella quale dormivano la moglie di 30 anni, la cognata (32) e la di lei figlia di cui lui (almeno stando fino a quanto dichiarato prima del processo) è il padre, a Poggio Sant'Ilario. Lui stesso si bruciò, ma fu la ragazza, allora sedicenne, ad avere la peggio, riportando ustioni sul 30 per cento del corpo. Le cicatrici alle gambe l'accompagneranno per il resto dell'esistenza.

I segni di questa tragedia, Mohon invece potrebbe misurarli in anni: di carcere. Sedici ne aveva chiesto a suo carico il pm Daniela Nunno. E dieci ieri gliene sono stati inflitti al termine del processo di primo grado dal collegio formato da Paola Artusi, Maria Cristina Sarli e Annalisa Dini. I giudici, escludendo l'aggravante della crudeltà, hanno comunque accolto la tesi dell'accusa, per la quale a essere compiuto quella notte fu un tentato omicidio plurimo.

Di tutt'altro avviso la difesa. «Si è trattato dell'atto dimostrativo di un uomo sfruttato e umiliato» ha sostenuto nell'arringa Laura Ferraboschi. «Faremo appello - annuncia l'avvocato, dopo la lettura della sentenza -. Chiederemo la rinnovazione del dibattimento». L'obiettivo è di far cadere l'accusa di tentato omicidio e anche l'aggravante che tra le vittime di quel gesto ci fu quella che per la legge era la figlia del piromane. «Chiederemo la prova del dna, perché si possa stabilire che Mohon non è il vero padre biologico». Ma intanto non potrà esserlo dal punto di vista educativo, perché tra le pene accessorie i giudici hanno dichiarato decaduta la potestà genitoriale. Inoltre, hanno condannato l'uomo a pagare una provvisionale di 25mila euro alla ragazza e 5mila alla moglie. «Giustizia è stata fatta» commenta Paolo Candida, legale delle due donne costituitesi parti civili.

A distanza di oltre un anno, restano inspiegabili i motivi di quel gesto. Perché Mohon diede fuoco alla stanza che condivideva con le tre donne? In un primo tempo, si pensò a un impulso dettato dalla gelosia (e a questo punto verrebbe da chiedere per chi). Forse è più probabile che ci fossero dissapori, magari legati alla situazione economica. Quella notte, verso le 3, l'uomo versò mezza tanica di benzina nella camera (in principal modo su un cassettone, pare). L'odore svegliò le due trentenni, che scapparono mentre Mohon stava accendendo il fiammifero. La ragazza, stesa a terra su un materasso, fu presto avvolta dalle fiamme. Fu la madre a spegnerle, gettandole una coperta addosso. Lui, a sua volta aggredito dal fuoco, fu salvato dai vicini che, svegliati dalle grida, domarono il rogo a secchiate d'acqua. Mohon finì in ospedale, piantonato dai carabinieri.

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