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Intervista

Pertusi: «Nel mio sangue scorre Verdi»

21 settembre 2018, 07:00

Pertusi: «Nel mio sangue scorre Verdi»

VITTORIO TESTA

Rossini, tanto Rossini: e così bene da essere considerato il basso rossiniano per eccellenza. E poi bravissimo in Bellini, Donizetti, Bizet, Gounod, Massenet, Berlioz, Offenbach, Mozart.

«Ma poi il sangue chiama, se sei di Parma e hai respirato la stessa nebbia che ha respirato lui», dice Michele Pertusi calcando la «l» fino a farla diventare maiuscola.

Già, prima o poi il Genio chiama, imperioso e irresistibile. «Non è che ci pensassi poi tanto - spiega: - Con Rossini e il belcanto italiano, la Sonnambula, i Puritani, e tante altre opere, con questo repertorio adatto alla mia voce giravo il mondo dei teatri più prestigiosi, la Scala, il Metropolitan, il Covent Garden. Per dire: con Alidoro, nella Cenerentola, sbancavo. Il personaggio ha una sola aria ma difficilissima: e se va bene alla fine ricevi più applausi dei colleghi che hanno cantato il triplo di te».

E andava, e va bene a questo artista parmigiano arrivato ai vertici grazie a una capacità interpretativa di rara intensità. La voce, certo: ma impreziosita dall'eleganza, dalla finezza, dal tratto aristocratico nel porgere, voce di colori e sfumature, ironie e passione. Non a caso il suo concerto di canto alla Scala - già di per sé una corona d'alloro - è stato un trionfo, cinque bis e la critica in gara a trovare gli aggettivi più scintillanti. E quando mai avrebbe potuto sottrarsi alla chiamata del Genio, questo ragazzone alto una pertica e mezza, pramzan vero, precoce studente di canto e pianoforte, due zie nel Coro del Teatro Regio, uno zio barbiere baritoneggiante in strada Farini. Poi a lezione dal meastro Pola, a Modena; all'Accademia del grande Carlo Bergonzi; e a far tesoro dei suggerimenti vocali di Rodolfo Celletti.

A vent'anni il primo Don Giovanni; poco dopo un Ernani, quindi una Luisa Miller e i Lombardi alla prima crociata con Bergonzi, a Busseto e a Lisbona. Quindi Verdi da subito: ma non era ancora il momento. «Io non ho mai abbandonato i ruoli verdiani, soprattutto il primo Verdi. - spiega Pertusi - Ma negli anni Ottanta mi immergo in Rossini, la carriera andava a gonfie vele, poi pian piano compio incursioni nei francesi, Massenet, Bizet, Gounod».

Qualcuno sentenzia che quella di Pertusi non sia una voce verdiana…«Sì, sì lo dicevano, lo dicono ancora. Ma io consapevole dei miei mezzi non ho mai forzato, non ho mai voluto stupire. Ho aspettato d'avere 51 anni per interpretare Filippo II: il mio primo Simon Boccanegra è datato 2013. Verdi me lo sono tenuto compagno di viaggio artistico: nel senso che l'ho scoperto pian piano, profondamente. Ho studiato prima l'uomo, la sua vita, le sue convinzioni, il suo modo d'essere, il suo pensiero. Il suono, la nota, il canto se non derivano da un pensiero possono essere bellissimi ma restano fine a se stessi. In Verdi scopro il Genio che sa costruire il teatro in musica, ci insegna che per emozionarci non basta il suono, ci vuole la parola, la parola scenica: ci vuole la drammaturgia. Allora ecco che Verdi rivoluziona il teatro dell'opera. Rossini, meraviglioso musicista, sta al di qua, come seduto in platea: descrive il dramma. Bellini usa la sua sublime melodia per trovare gli accenti più puri del sentimento. In Donizetti ci sono momenti di grande intensità: ma è Verdi che in entra nel dramma con una velocità e una capacità di sintesi, di racconto; soffre con i personaggi; la sua inventiva poetica trascende la finitezza umana, diventa sublimazione, canto dell'anima. Verdi afferra lo spettatore, lo trascina a scoprire e provare gli accenti più profondi della gioia, della disperazione, dell'eroismo, della tristezza. Ma non si parli di realismo: in Verdi è il contrario, è l'invenzione del vero che, come lui stesso ci ha insegnato, è meglio del vero, perché sublimazione della realtà, di quello che vedi. Le battute sull'opera si sprecano, come quella che irride alla capacità di cantare mentre si muore. Ma è proprio questo il punto: Verdi reinventa il vero, lo trascende, ci immedesima nel dolore e nella disperazione che non sono più soggettivi ma universali».

Ma per immergersi in queste meraviglie occorre la disponibilità all'accettazione del mondo dell'opera, del suo linguaggio, del suo fascino apparentemente obsoleto. Un problema, questo, che riguarda soprattutto i giovani. «Sì, a volte - dice Pertusi - mi prende lo sconforto, vedo che non c'è il ricambio generazionale del pubblico e anche certe scelte registiche sono velleitarie, quando non addirittura stravolgenti l'intento del compositore. Ricordo un colloquio tra un giovanissimo Muti con il maestro Gui che rivolto al giovane collega raccomandava una cosa: noi dobbiamo servire la musica, non servirci della musica. Il rispetto per l'autore è fondamentale. Occorre saper coniugare tradizione e innovazione. E qui a Parma credo che con il festival Verdi siamo sulla strada giusta. Al Regio gli allestimenti che tengono conto delle ricerche dell'Istituto di studi verdiani, quindi la tradizione rivisitata con rigore e saggezza. Al Teatro Farnese la sperimentazione di nuovi linguaggi e tecniche di narrazione. Al Teatro Verdi di Busseto l'opera interpretata da cantanti giovani usciti dall'Accademia del Regio. Mi pare che sia un contesto positivo, una scelta saggia».

E in questo Festival, Pertusi sarà Banco nelle quattro recite del Macbeth (opera che inaugura il Festival Verdi al teatro Regio il 27 settembre alle 20) e Attila nell'ultima rappresentazione. Poi debutterà nel ruolo di Procida, nei Vespri siciliani. L'opera, Verdi, la magia dell'opera, la magia di Verdi. Nato a Parma, parmigiano del sasso, come può non sentirsi figlio del Genio? Sempre in giro per il mondo, Michele Pertusi, come Proust, ha le proprie “madeleine” che emozionano nella ricerca del tempo perduto. Dicono che abbia sempre in valigia un talismano commestibile: un pezzo di parmigiano…«Più di un pezzo. - fa lui sorridendo ma non troppo di se stesso - E' bello a Tokyo o a New York ritrovare il gusto di un sapore ancestrale che rievoca la tua gente, l'infanzia, Parma, il Teatro Regio, i tuoi cari. La tua terra. E il nostro Genio, il nostro immenso Verdi».

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