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MAXI FRODE

La latitanza dorata dei fratelli Zinno: caccia ai fiancheggiatori

28 settembre 2018, 08:03

La latitanza dorata dei fratelli Zinno: caccia ai fiancheggiatori

Georgia Azzali

Lugano. Il lago. La tranquillità e la riservatezza svizzera. Ma il sogno è durato poco più dello spazio di un mattino. Perché anche per chi sceglie di soggiornare appena al di là delle Alpi, così da evitare l'ingresso nelle patrie galere, la vita è diventata dura. Poco più di due mesi di latitanza per i fratelli Zinno, Ciro e Massimo, 51 e 45 anni, ideatori di una gigantesca frode fiscale da 14 milioni di euro: da ieri per i due imprenditori si è aperto il nuovo orizzonte ristretto di un carcere italiano, dopo l'arresto - sabato scorso - a Lugano. Un blitz della Polizia giudiziaria federale (Ufficio della cooperazione internazionale) e della Polizia cantonale, che nelle scorse settimane hanno lavorato in stretta collaborazione con la Finanza di Parma, coordinata dal pm Paola Dal Monte, li ha portati dietro le sbarre.

QUEGLI AMICI FIDATI

Napoletani di Torre del Greco, formalmente residenti in Estonia, ma con un grande giro d'affari (e amicizie) tra la Campania e Parma, avevano fatto perdere le loro tracce lo scorso luglio, appena saputo che il gip Sara Micucci aveva firmato l'ordinanza di custodia cautelare che li avrebbe spediti in carcere. Uno dei due è probabile che abbia preso un aereo direttamente da Malta, dove si trovava in quel momento, per poi atterrare in Svizzera, mentre l'altro potrebbe aver superato in auto il confine elvetico. La storia della latitanza degli Zinno, dopo che l'8 agosto il gip aveva firmato il mandato d'arresto europeo, è ancora in parte da scrivere, ma c'è già una certezza: i due fratelli potevano contare su amici fidati, pronti a fare la spola tra la Campania e la Svizzera. Come tutti i latitanti, anche gli Zinno avevano bisogno di rifornimenti costanti di denaro contante, e i fiancheggiatori erano gli uomini giusti per la consegna a domicilio. Due-tre persone che non hanno mai fatto mancare il loro sostegno, il che fa pensare a una rete ben più ampia e collaudata. E le indagini potrebbero portare lontano, aprire scenari inquietanti.

MAGHI INFORMATICI

Arrestati sei giorni fa, sono stati consegnati alla frontiera italiana ieri. Un tempo record, se si pensa che spesso servono mesi prima di far rientrare i latitanti dalla vicina Svizzera. Eppure, per arrivare alla cattura, ci sono voluti grandi dosi di pazienza. Un lavoro meticoloso, che alla fine ha consentito ai poliziotti svizzeri di andare a colpo sicuro. I fratelli Zinno vivevano in due piccoli appartamenti in affitto, a poca distanza uno dall'altro. Fin dai primi giorni dopo la fuga, gli investigatori hanno avuto la (quasi) certezza che fossero in Svizzera, ma Ciro e Massimo Zinno hanno saputo muoversi con grande attenzione. Prudenti, scaltri e bravissimi nell'utilizzare ogni diavoleria informatica per poter comunicare senza lasciare tracce compromettenti. Negli appartamenti non avevano armi, ma in compenso si erano procurati decine di telefonini.

IL SISTEMA COLLAUDATO

L'ennesima precauzione dei due imprenditori/faccendieri che - secondo la procura - avevano architettato un sistema oliatissimo. Emissione di fatture per operazioni inesistenti, dichiarazione fraudolenta, dichiarazione infedele, ma soprattutto indebita compensazione: sono una marea i reati fiscali contestati. La Finanza aveva sequestrato 4 milioni di euro, tra beni mobili e immobili, tra cui quattro appartamenti tra Parma e provincia. Ma in totale sono 59 le persone sotto inchiesta. Un lungo elenco in cui figurano anche il commercialista parmigiano Giuseppe Capasso e il notaio Pasqualino Visconti, che fino al gennaio del 2017 aveva uno studio a Noceto: il primo è indagato per occultamento di documenti contabili e bancarotta documentale; all'altro viene contestata la falsità ideologica.

LA RETE DI PRESTANOME

Ma, oltre a vari professionisti, nella lista degli indagati ci sono decine di persone di origine sudamericana, i prestanome - secondo gli inquirenti - delle società riconducibili agli Zinno. Dal 2012 al 2016 i due imprenditori avevano acquisito 91 società - tra cui anche la Nuovo Millennio con sede legale a Parma, la Zeta Service e la Ecms (tutte e due con rappresentante legale abitante a Parma) - poi affidate alle teste di legno. Nelle prime dichiarazioni fiscali, però, venivano esposti falsi crediti Iva, dovuti a costi, anche di centinaia di migliaia di euro, non documentati o in diversi casi basati su false fatture. Quei crediti fittizi erano poi ceduti ad altre società, specializzate nel fornire mano d'opera nei settori della meccanica e dell'edilizia e gestite di fatto dai fratelli Zinno. Ma queste imprese, assolutamente operative, utilizzavano quei crediti tarocchi per evitare di pagare l'Erario o comunque per limitare al massimo i versamenti. E' il meccanismo dell'indebita compensazione: un sistema che consente di risparmiare in modo fraudolento sulle tasse, ma anche di offrire manodopera a prezzi decisamente più convenienti sbaragliando la concorrenza (onesta).

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