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Genova

Ponte Morandi, sentito anche Coppe

03 ottobre 2018, 07:03

Ponte Morandi, sentito anche Coppe

EGIDIO BANDINI

È stato convocato in procura a Genova, come persona informata sui fatti, Danilo Coppe, titolare della Siag di Parma, impresa specializzata nelle demolizioni di grandi opere con l’esplosivo. Una convocazione che viene da lontano, precisamente dal 2003, quando Spea Engineering, la società di progettazione partecipata da Autostrade per l’Italia, chiese all’ingegner Coppe uno studio di fattibilità e di costi per la demolizione del ponte Morandi.

Coppe ha voluto precisare che quel contatto che risale ormai a quindici anni fa non riguardava evidenti criticità strutturali del manufatto o, almeno, non urgenti al punto da suggerire un intervento talmente drastico.

«Non venni interpellato perché si fossero evidenziati cedimenti o problemi statici nella struttura del ponte – dice Coppe all’uscita dalla procura - o, come si potrebbe ipotizzare, almeno per eventuali conseguenze derivanti da difetti emersi nel manufatto a vari livelli, dalla progettazione in avanti; mi contattarono perché, già nel 2003, la manutenzione del ponte Morandi costava 4 milioni di euro l’anno. Per questo Autostrade per l’Italia, tramite Spea, decise di chiedermi uno studio di fattibilità e un preventivo per la demolizione del ponte. Probabilmente però la relazione scritta da parte mia per conto di Siag, mise in serie difficoltà i vertici di Spea e di Autostrade, perché li poneva di fronte a tutto ciò che avrebbe comportato la demolizione del ponte sul Polcevera».

«Innanzitutto - sottolinea Coppe - la demolizione avrebbe comportato l’abbandono forzoso delle case popolari da parte di almeno 400 persone, ma anche la tutela delle linee elettriche, di quelle del gas e, non ultimi, i capannoni industriali a rischio che andavano evacuati. Così non se ne fece nulla, nonostante il preventivo che inviai a Spea allora, per la sola demolizione del ponte Morandi, ammontasse a 1 milione, massimo 1 milione e mezzo di ruro, cui andava aggiunto, naturalmente, il costo delle centinaia di sfollati, dell’interruzione e ripristino delle linee elettriche e dell’energia, oltre al ricollocamento delle attività imprenditoriali».

Ciò che è accaduto lo scorso 14 agosto è purtroppo noto a tutti. Meno noto è che, appena due giorni più tardi, Danilo Coppe venne chiamato di nuovo da Autostrade per l’Italia ad effettuare un sopralluogo e verificare l’ipotesi di demolizione dei tronconi di ponte rimasti, mediante l’uso di cariche esplosive.

L’esplosivista parmigiano, che a Genova, fra le 34 demolizioni effettuate annovera anche quella, nel 2008, del ponte ferroviario proprio sul Polcevera, è uno dei due operatori rimasti a “contendersi” la demolizione del ponte Morandi e ipotizza l’utilizzo della dinamite, non solo per il moncone di levante, come si è sempre sentito dire, ma anche per quello di ponente perché, sostiene, gli esplosivi nelle demolizioni di strutture di altezza elevata, sono sempre più rapidi, economici e sicuri. E all’obiezione che demolendo così il moncone ovest gli edifici sottostanti sarebbero condannati, Coppe risponde senza esitare: «La gran parte di quelle case e di quei capannoni lo sarebbe in ogni caso. Ritengo sia stato un abominio, nel 1963, lasciare tanti edifici sotto un ponte. Provate a pensare col traffico di merci pericolose che c’è oggi se fosse capitato un incidente sul ponte proprio sopra le case magari con un’autobotte di carburante o di acido… C'è da rabbrividire solo al pensiero. In ogni caso anche noi “bombaroli etici” abbiamo previsto lo smontaggio meccanico di un paio delle campate di ponente».

In Procura l’ingegner Coppe ha ricostruito i fatti di quindici anni or sono, pur avendo subito la perdita della corrispondenza elettronica di allora con l’incendio del suo ufficio e la distruzione dei computer: «Ho conservato, per fortuna in altro luogo, il materiale cartaceo e una copia della mia relazione, che ho prodotto oggi agli inquirenti. Al di là della rinuncia nel 2003 alla demolizione del ponte - ha sottolineato - oggi esiste un problema di tempi: sarebbe possibile anche una demolizione meccanica, con alcune proposte fatte ad Autostrade che sono davvero particolarmente ardite. Se non le avesse prospettate un'azienda seria come la Despe di Bergamo ci avrei riso sopra. Invece da loro ci si aspetta sempre una notevole professionalità, e lo dico da “concorrente” virtuale. In ogni caso, senza la dinamite i costi sono destinati a lievitare e i tempi di realizzazione ad allungarsi. Credo che ai genovesi serva una risposta rapida e decisa».

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