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Busseto

Addio a Stefanini, un grande amore per Verdi

12 ottobre 2018, 07:02

Addio a Stefanini, un grande amore per Verdi

Paolo Panni

BUSSETO - Busseto ha perso una delle sue figure più eminenti. Si è spento a 96 anni il grand'ufficiale Gianfranco Stefanini, sindaco per un decennio, lungimirante imprenditore, persona di grande levatura culturale. Un uomo che ha sempre amato, profondamente, la sua terra, prodigandosi in diversi campi e distinguendosi, in modo speciale, per la grande disponibilità.

Nato a Sissa il 25 marzo 1922, ha trascorso tutta la sua esistenza a Busseto, città di cui è stato sindaco dal 1959 al 1968 e vicesindaco dal 1990 al 1993, e in precedenza consigliere comunale (sia di maggioranza che di minoranza e assessore).

Fondatore, insieme al tenore Alessandro Ziliani, 56 anni fa, del Concorso internazionale per voci verdiane Città di Busseto (contribuendo così a portare il nome di Busseto nel mondo), cofondatore della celebre corsa ciclistica Milano – Busseto, nel 2001 (per il centenario della morte di Verdi) insieme alla moglie Caterina Baciocchi (per tutti semplicemente Ketty, mancata 5 anni fa) è stato protagonista della prestigiosa donazione, all'associazione Amici di Verdi, di cimeli legati alla figura del Cigno di Busseto aggiungendo così quanto già lasciato a casa Barezzi e dando il via all'apertura del locale Museo verdiano.

Ultimo dei mutilati di guerra bussetani, decorato della benemerenza civica «Città di Busseto» nel 2005 e insignito da tempo del titolo di Grand'ufficiale dell'Ordine della Guerra della Tomba di Cristo di Gerusalemme, sempre animato da una profonda fede, in passato è stato attivo in campo imprenditoriale avviando prima una cooperativa di movimento terra (arrivata ad avere mille operai) e quindi una ditta di cosmetici, la «Cotebi».

Notevole il suo impegno in campo politico. Legato sin da giovane alla Democrazia Cristiana, amico di Enrico Mattei era stato l'ultimo a sentirlo prima del tragico volo del 27 ottobre 1962.

«Ho vissuto tutti i cambiamenti politici italiani – diceva - quando i socialisti fecero la scissione, io passai in consiglio dalla minoranza alla maggioranza, poi fui assessore, vicesindaco quindi sindaco».

Sindaco ai tempi di Giovannino Guareschi, aveva avuto modo di conoscere personalmente il grande scrittore di cui diceva: «Mi voleva bene e diceva alla gente quello che andava detto».

Ma Stefanini era soprattutto un grande verdiano, instancabile collezionista di cimeli legati al maestro (oltre che di opere d'arte e oggetti guareschiani). «Di lui – ha detto commosso Gianfranco Cipelli (che gli era stato vicesindaco) – ho un ricordo favoloso. Gianfranco era un uomo di disponibilità straordinaria, specie verso coloro che avevano più bisogno. La nostra fu una delle prime amministrazioni, se non la prima, a regalare il terreno alle piccole imprese che decidevano di insediarsi e di investire a Busseto».

Commosso anche il sindaco Giancarlo Contini che ha definito Stefanini «una persona di grande carisma politico, di elevato spessore sociale e di profonda essenza culturale. La città di Busseto gli deve molto anche per essere stato il primo a scoprire la grande eredità non solo musicale che il maestro Verdi ha lasciato, trasfondendola ovunque. Io l'ho sempre stimato moltissimo; in lui vedevo quella grande memoria storica che altri non gli hanno adeguatamente riconosciuto».

Il maestro Fabrizio Cassi, presidente dell'associazione Amici di Verdi, ha definito «significativo il fatto che Stefanini se ne sia andato proprio a poche ore dal giorno in cui abbiamo celebrato il 205° anniversario della nascita del maestro Verdi e mi piace pensare che la musica, che tanto amava, gli abbia allungato la vita».

«Il mio avvicinarmi al Concorso Voci Verdiane – ha aggiunto – lo devo a lui e all'ex sindaco Carduccio Pedretti» e, proprio in merito al Concorso, il maestro Cassi ha svelato un retroscena dicendo di «averlo visto più volte pagare, di tasca propria, alcune spese legate all'evento».

La camera ardente è allestita nella sala del consiglio comunale, dove tutti gli possono rendere omaggio.

Oggi, venerdì, sarà recitato il rosario dopo la messa delle 18 in collegiata dove domani, alle 10, si terranno le esequie.

IL RICORDO DI VITTORIO TESTA

Una sosta nella sala del Consiglio comunale prima delle esequie: l'ultimo atto della vita di Gianfranco Stefanini, “il sindaco” per antonomasia, è stata la richiesta di un ultimo silente incontro con i bussetani, i concittadini che il Grand'Ufficiale aveva governato per un decennio, gli anni del boom economico, restando poi nella Rocca dapprima come vicesindaco e infine come consigliere d'opposizione.

Democristiano di tempra laica, generoso e popolare, carattere forte tendente all'imperio, all'impellenza del fare; bell'uomo aitante e massiccio, comunicante una sensazione di potenza e decisionismo, tanto era di un'autorevolezza inappellabile nella vita pubblica quanto di un'estrema sensibilità spesso facile alla commozione nei rapporti personali. Quattro anni fa, vegliò per ore il grande amico Bergonzi (“l'immenso Carlo”) nella camera ardente allestita nel Teatro Verdi per l'addio al Tenorissimo.

Figlio del gestore del Caffè Centrale in piazza Verdi, in quegli anni il salotto borghese della comunità, Stefanini conosceva vita morte e miracoli di ciascun bussetano: un nome e un cognome ed era presto tracciato il pedigree, professione e interessi, pregi e difetti, albero genealogico risalente al tempo dei tempi.

Era la Busseto austera e ricca dei palazzotti di via Roma, delle famiglie di possidenti terrieri, i Corbellini, i Trabucchi, i Bergamaschi, gli Arduini, gli Orlandi imparentati con i Barezzi, l'Antonio mecenate padre putativo e artistico di Giuseppe Verdi e della di lui prima moglie Margherita; gli industriali del Bottonificio Cannara.

Un milieu aperto senza alcuna alterigia agli amici di ceto modesto ma rampanti, il Lino Rizzi che diventerà giornalista di razza, Gianpietro Riccardi collaboratore di Stefanini e poi fondatore della Sicim, ora azienda leader mondiale. E il dottor Giacomo Donati, il professor Corrado Mingardi. Ciascuno con il suo soprannome: Rondine, il Barone, il Dottorone, Baffa, Cinghione. A Gianfranco dalle movenze lente e potenti, navigatore e capobranco politico era toccato quello di Storione.

Il diploma di geometra, la creazione dell'Alleanza, fiorente azienda di escavazioni e costruzioni, l'amicizia con Mattei. Poi la produzione di profumi con la Co.te.bi, con sede attigua, anzi troppo attigua alla splendida Villa Pallavicino: e criticato aspramente per questo, Stefanini si faceva perdonare con prodigalità di permessi e interessamento per un posto di lavoro, un ricovero in ospedale, l'aiuto a famiglie in difficoltà. Una sorta di cordiale e affascinante despota illuminato, accentratore e decisionista, spesso finanziatore di tasca propria quando le casse comunali non avrebbero consentito la spesa per un restauro, una mostra, un concerto, l'allestimento di un'opera. E qui, nella musica e nel canto, Gianfranco il Grand'Ufficiale era nell'elemento naturale. Verdiano spinto, ovviamente: e amante del sinfonismo, Beethoven, Brahms, Schumann, e soprattutto Mahler. «Senti che mondi lontani schiude l'adagietto della Quinta. Quando ascolto Mahler non mi vergogno di dire che a volte mi scappa una lagrima»: era un mese fa, Stefanini come sempre elegante – pullover dalle tinte pastello, abiti di sartoria, soprabiti e cappotti di cachemire- seduto al tavolino del Caffè Centrale in attesa del formarsi del capannello dell'amicizia - lui, Bianchi, Donati, Tarozzi, Pisaroni e Belli - ricordava all'amico cronista i concerti del festival di Salisburgo, le stagioni dell'Arena di Verona, la Scala, il Regio di Parma, gli incontri con cantanti e direttori d'orchestra.

Da cinque anni privato dell'affetto primario dell'aristocratica moglie Ketty, bisognoso di assistenza, era riuscito a trovare “una collaboratrice, ma che sia colta e appassionata di musica!”, la signora Katy, diploma in violino al Conservatorio di Budapest, un figlio orchestrale violoncellista a Helsinki, il marito produttore di un eccellente vino bianco sulle colline piacentine: con il quale avevamo brindato, nel marzo scorso, al novantaseiesimo compleanno di quell'autentico signore dal tratto raffinato e soprattutto dall'animo sincero e dolce.

«Come tutti noi aveva qualche difetto, ma quasi irrintracciabile» ricorda il dottor Giacomo Donati. L'ultimo ricordo è un sorriso luminoso del Grand'Ufficiale ormai privo della vista ma non dell'ironia: «Ciao,teniamoci visti. No: tienimi visto, tu che puoi. Io ti terrò sentito». Vittorio Testa

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