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L'INTERVISTA

Calaiò: «Dopo l'inferno, la luce»

13 ottobre 2018, 07:00

Calaiò: «Dopo l'inferno, la luce»

Sandro Piovani

La serie A conquistata sul campo sembra così vicina e contemporaneamente così lontana per Emanuele Calaiò. «Pippein e cazzein», i whatsapp indirizzati a due giocatori dello Spezia sono stati pagati a caro prezzo: squalificato sino al 31 dicembre prossimo (secondo l'articolo 1 del codice di giustizia sportiva, ovvero comportamento sleale), ha deciso il tribunale sportivo dopo il ricorso. Era il 9 agosto, il Parma si stava preparando alla serie A. E Calaiò anche. Proprio come accade adesso. Una sorta di preparazione continua, dal martedì al sabato. Settimana dopo settimana, mese dopo mese. E Calaiò ha deciso di rompere il silenzio: quello che colpisce è che lo fa senza rabbia, senza nessun tipo di cattiveria. Parla di tutto, senza problemi. Semplicemente triste. Per se stesso, per il Parma, i tifosi. E la sua famiglia.

«Passo le mie giornate ad allenarmi, non ho mai smesso di farlo. E sto anche bene - spiega quasi dovesse scendere in campo domani Emanuele Calaiò -. Cerco di dare una mano al mister e ai compagni. Spero che tutto finisca alla svelta, spero di poter ricominciare a giocare. Mi alleno dal martedì al sabato, alla domenica sino al lunedì vado a casa e poi rientro per gli allenamenti».

Com'è allenarsi sapendo di non giocare?

«Ci vuole tanta pazienza. Perché ti fa male pensare che non puoi giocare per un'ingenuità. Rimanere fermo cinque mesi per non aver fatto nulla di grave, è dura. Devi trovare dentro di te gli stimoli e le motivazioni per andare avanti. Mi sento bene fisicamente e voglio finire la mia carriera come l'ho iniziata: sul campo, cercando di fare gol».

A gennaio ti vedi nel Parma o in un altro club?

«Sono nelle mani della società. Sarei strafelice di rimanere qui e finire la mia carriera con questa maglia. Qui ho vinto due campionati, sarebbe un peccato non poter rimanere. Ma allo stesso tempo capisco anche le motivazioni della società se dovesse scegliere di investire su gente più giovane. Se la società decide di mandarmi a giocare... Vado».

Cosa ti dicono i tifosi di questa vicenda?

«Credo che anche i tifosi non hanno vissuto bene questa cosa, come me del resto. Se ne è parlato tanto, a livello mediatico è stato incredibile, sempre in prima pagina come avessi ucciso qualcuno. Invece è stato un “cazzeggio”... Capisco la rabbia di alcuni tifosi. Anche se si tratta del nulla. Però voglio chiedere scusa ai tifosi, che hanno passato tre mesi brutti, come li ho passati io. C'era anche gente che mi diceva “tranquillo, siamo con te”. La gente mi è sempre stata vicina, come la società che ringrazio».

In effetti avete lottato insieme.

«Sì, con la società siamo stati molto uniti. Abbiamo lottato insieme e alla fine siamo stati felici. Soprattutto per il Parma. Ho sempre detto che la prima cosa che volevo era che la società non rischiasse nulla. Perché il Parma è una società modello, che non ci ha mai fatto mancare nulla. Non me lo sarei mai perdonato che per un'ingenuità il club potesse rischiare la serie A».

Tre mesi duri.

«Sì, ho passato tre mesi d'inferno. Non lo auguro a nessuno. Ora tutto è finito, tra due mesi e mezzo potrò ricominciare a giocare».

Che valore dai alla parola amicizia dopo queste vicende?

«Non è facile trovare l'amicizia nel calcio. Le ho trovate qui a Parma. Però a Spezia non si poteva parlare di amicizia, magari andavi d'accordo più con uno che con un altro. Con De Col e con Terzi avevo un ottimo rapporto. Poi è successo quello che è successo. Non voglio entrare in queste cose. Diciamo che questa vicenda mi è servita, mi ha fatto capire tante cose. Capire chi veramente mi vuole bene. Tutta esperienza: non ho fatto nulla di grave ma mi prendo tutta la responsabilità».

Parlando al tribunale, hai parlato spesso dei tuoi figli, delle loro reazioni. Adesso?

«Non è stato facile nemmeno per loro. Ormai sono grandi. Leggono, sentono le chiacchiere. Un giorno poi racconterò loro il prosieguo di questa storia, servirà anche a loro come esperienza».

Come hai vissuto i due processi?

«Dentro di me sapevo di non aver fatto nulla di male. Quindi è stato anche facile. Perché quando uno è a posto con la coscienza, non deve avere paura di niente. tensioni ci sono state: era la prima volta che mi trovavo in un'aula di tribunale. Però sono orgoglioso di me, perché sono stato sempre lucido. Ed ho detto quello che pensavo. E in appello la corte ha capito. Ho avuto la fortuna di avere tutta la società al mio fianco. Gli avvocati. Tutti insieme, ci siamo fatti forza, mi hanno dato tranquillità. E io dico che alla fine ne siamo usciti puliti. E si è risolto bene soprattutto per il Parma. Non me lo sarei mai perdonato se la squadra avesse avuto delle penalità».

Col Parma o con un'altra squadra, ma come te lo immagini tornare in campo?

«Aspetto il 31 dicembre con ansia. Cinque mesi sono tanti. Non è facile. Ti alleni sapendo di non andare in ritiro con i compagni, di non poter vivere la partita. Adesso mi alleno per tornare a giocare, che sia con il Parma o con un'altra squadra. Mi alleno per tornare come ero. Per fare gol, per dare tutto me stesso in campo come sempre. Mi sento come un ragazzino».

Da grande, poi, cosa farai?

«Mi sono seduto al tavolo con la società alla fine del processo. C'era la volontà di entrambi di entrambi, ovunque io vada eventualmente a giocare, di incontrarci ancora alla fine della mia carriera. Il Parma mi ha detto che qua la porta è sempre aperta, per quello che hai dato sul campo, come Lucarelli, come Munari. Di questo ne sono fiero, indipendentemente da quello che farò. La cosa più importante è che la società mi abbia dato la possibilità di restare in questa famiglia. Perché io la reputo famiglia, dopo tre anni che sono qua, dopo due campionati vinti. Sapere che la porta è aperta mi fa tanto piacere».

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