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GOVERNO

Numero chiuso a Medicina? Il governo riapre il dibattito

17 ottobre 2018, 07:00

Numero chiuso a Medicina? Il governo riapre il dibattito

Katia Golini

Prima l'annuncio («aboliremo il numero chiuso per l'accesso alla facoltà di Medicina»), poi la retromarcia («ma non subito»). Fatto sta che il problema della carenza di medici è nell'agenda del governo. Da stabilire i tempi e i modi, ma al centro del dibattito. Ad interrogarsi sono gli amministratori, i docenti e i medici in prima linea quotidianamente. In tutt'Italia e anche a Parma.

«C'è sicuramente bisogno di più medici. Rivedere i numeri dell'accesso al corso di laurea è doveroso - ritiene il rettore dell'Università di Parma, Paolo Andrei -, ma un'apertura incondizionata non sarebbe opportuna». Guarda nel complesso la questione, il rettore. E aggiunge: «Si tratta di un tema rilevante, così come rilevante è il tema dell'ingresso nelle scuole di specialità e delle borse di studio». No dunque all'accesso senza limiti, ma sì a una riflessione seria: «Serve una programmazione accurata» conclude Andrei.

Programmazione, ma anche qualità e meritocrazia. Per Gianfranco Cervellin, presidente provinciale e consigliere nazionale di Anpo (Associazione nazionale primari ospedalieri), oltre che primario del pronto soccorso del Maggiore, aprire le porte di accesso a Medicina sarebbe utile, ma solo garantendo una selezione accurata nei primi anni di studio. Parte dalle prove di ammissione, Cervellin: «Test a risposta multipla compilati nel giro di un paio d'ore non permettono di valutare davvero la propensione allo studio della Medicina. Nel passare un esame di questo tipo la fortuna gioca un ruolo fondamentale, in quanto non c'è il tempo per una reale valutazione del candidato». Poi insiste su due parole chiave: «Meritocrazia e qualità, si deve partire da qui. Servono sicuramente più specialisti, ma su questo punto esiste lo sbarramento alle scuole di specializzazione, il vero nodo da sciogliere. Dobbiamo porci l'obiettivo di avere bravi medici, non un numero più alto di professionisti. Dunque, il numero va programmato in uscita, non in entrata - la formula suggerita dal primario -. La selezione va fatta, e deve essere rigida, ma solo dopo aver avuto la possibilità di valutare le reali attitudini dello studente nei confronti della medicina e della sua pratica. Quindi - conclude - accesso libero ed elevato controllo della qualità nei primi anni».

Pierantonio Muzzetto, presidente Omceo (Ordine dei medici chirurghi e odontoiatri) Parma la pensa diversamente: «L'abolizione del numero chiuso andrà ad aggravare una situazione già molto critica. Perché il crescente problema della carenza di medici non risiede nel fatto che pochi giovani abbiano la possibilità di accedere alle facoltà di Medicina, ma per un intoppo nel percorso di studi che non consente ai laureati, già tanti, di proseguire con la specializzazione o con il corso per la Medicina generale, condizione indispensabile per l'ingresso nel mondo del lavoro. La domanda è: l'apertura a tutti di Medicina consentirà la ricopertura dei posti vacanti in organico in ospedale, nella medicina generale e nella specialistica ambulatoriale pubblica e privata? La risposta è no. Quello di Medicina è un percorso formativo particolare che, dopo sei anni, non dà sbocchi lavorativi, a meno che non si prosegua con un percorso formativo addizionale che prevede la specializzazione o la frequentazione del corso per la Medicina generale. Ma in entrambi i casi, l'accesso è per concorso, e i posti sono limitati». «A livello nazionale - riprende Muzzetto - sono 10-15mila i giovani colleghi che, anche quest'anno, sono fermi in tale imbuto. È per questo che, prima di abolire il numero chiuso, occorre garantire un futuro a questi. Quello che occorre allora è una riforma del sistema formativo, per cui a ogni medico che inizia il suo percorso sia offerta la possibilità di portarlo a termine, senza intoppi e con opportunità di inserimento reale nel mondo del lavoro. Inoltre andrà rivista la modalità di assegnazione delle borse di studio».

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