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Inchiesta

Conquibus, il gip stoppa la Csc della Gagliardini

19 ottobre 2018, 07:02

Conquibus, il gip stoppa la Csc della Gagliardini

Georgia Azzali

Piglio deciso, risposta pronta. Si era presentata così Paola Gagliardini, undici giorni fa, davanti ai giornalisti assiepati di fronte al tribunale per l’interrogatorio di garanzia. Lei è la numero uno della Csc, la società perugina che organizzava la maggior parte dei convegni di Franco Aversa. Il professore, ormai ex direttore dell’Ematologia del Maggiore, è agli arresti domiciliari da due settimane, travolto dall’operazione Conquibus, portata avanti dal Nas di Parma. E lei, la donna dei congressi, condivide da allora la stessa sorte. Ma ora anche la sua azienda è stata «stoppata»: il gip Mattia Fiorentini, su richiesta del pm Emanuela Podda, ha bloccato per un anno tutte le attività della società nel campo dei congressi medici, con tanto di sospensione delle varie autorizzazioni, licenze e concessioni correlate.

Se Aversa deve fare i conti con 31 capi d’imputazione - dalla corruzione all’indebita induzione fino alla truffa - la Gagliardini ne condivide 10 (per corruzione e indebita induzione) con lo specialista dei trapianti di midollo. Ma, secondo il giudice, proprio la Csc, indagata per aver violato la legge 231 sulla responsabilità amministrativa delle società, era il perno del sistema. «Si è visto - scrive il gip nell’ordinanza di interdizione - come la società viene utilizzata per creare vere e proprie riserve (il cosiddetto “utile del congresso”) da destinare ad Aversa Franco e ai soggetti compiacenti a lui graditi sotto forma di retribuzioni per consulenze mai prestate».

Insomma, tra l’ematologo e la Gagliardini ci sarebbe stato un patto di ferro, siglato anni fa e onorato fino al giorno degli arresti. Eppure lei aveva cercato di smarcarsi, tentando sostanzialmente di scaricare le responsabilità sul professore. «Non sapevo nulla degli accordi tra Aversa e le case farmaceutiche», aveva detto l’imprenditrice perugina durante l’interrogatorio di garanzia, facendo mettere nero su bianco alcune dichiarazioni spontanee. La settimana scorsa, poi, la difesa, nell’udienza in cui il gip doveva decidere sull’interdizione della Csc, aveva messo in evidenza come la società non avrebbe guadagnato nulla (o risparmiato sulle spese) grazie alla Gagliardini né avrebbe avallato pratiche per corrompere le case farmaceutiche. Ma il giudice ha disegnato un quadro completamente diverso, che ricalca i contorni della ricostruzione fatta dagli inquirenti. Grazie al patto con Aversa, infatti, la società avrebbe acquisito il controllo di una buona fetta del mercato nell’organizzazione degli eventi per la formazione continua dei medici, e la Gagliardini seguiva «un protocollo ben consolidato e sperimentato nel tempo, tanto da essere riconoscibile come un vero e proprio sistema», annota il gip.

Nessuna miopia. O inganno. Gli ingranaggi funzionavano alla perfezione perché tutti (e due) sapevano e avevano ruoli precisi, secondo il giudice. «La società indagata (la Csc, ndr) - si legge nell’ordinanza - era eccome a conoscenza dei metodi coi quali Aversa Franco otteneva i finanziamenti, tanto da demandare integralmente a lui le tipiche attività del provider (come prendere accordi con le aziende farmaceutiche, concordare con loro il programma dei convegni, predisporre schemi contrattuali e stabilire onorari) e da bonificare somme di denaro ai beneficiari indicati dall’Aversa, giustificandole sulla base di documentazione falsa».

Ora, però - salvo ricorsi vincenti al Riesame - la società dei congressi dovrà stare ferma per un anno. Mentre la sua titolare e il professore dovranno starsene tra le quattro mura di casa.

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