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L'INCHIESTA

L'Hiv fa ancora paura. Più a rischio i maschi fra 40 e 55 anni

20 ottobre 2018, 07:01

L'Hiv fa ancora paura. Più a rischio i maschi fra 40 e 55 anni

MARA VAROLI

L'infezione da Hiv? C'è ancora. E la principale via di trasmissione è quella sessuale, almeno per il 90%. Tant'è che i soggetti a rischio non sono più solo tossicodipendenti, ma persone di tutte le età: giovani, professionisti, operai e anziani. Uomini e donne, eterosessuali e non.

Sul fronte Aids a Parma c'è una commissione interaziendale, a cui partecipano Spazio salute donne, Sert, Unità di Strada, Spazio Giovani, Medici di Medicina Generale, Spazio Immigrati, Croce Rossa, Comune, Azienda Ospedaliera con le Malattie Infettive, la Pediatria Infettivi e la Clinica ginecologica. Una commissione che organizza un tavolo di lavoro, ma anche eventi in vista della Giornata mondiale dell'Aids del primo dicembre, informazione a tutto campo, comprese piazze e scuole: informazione sui test, sulle misure di protezione e sulla lotta allo stigma. E cioè alla discriminazione per chi è infetto o malato, perché purtroppo la sofferenza psicologica è ancora pesante da sopportare.

Ma quanti sono i sieropositivi nel nostro territorio?

«A Parma e provincia - spiega Anna Maria Degli Antoni, dirigente medico dell'Azienda Ospedaliero-Universitaria di Parma e responsabile dell'ambulatorio per la gestione dell'infezione Hiv - i sieropositivi che seguiamo sono 1.080, ma possiamo stimare un 10% di persone che hanno l'Hiv e non lo sanno: quindi circa 100 persone in più. Anche i dati generali italiani parlano di 130 mila persone sieropositive fra le quali un 15% ignora di aver contratto l'infezione. Nel 2017 la diagnosi di malattia conclamata di Aids è stata eseguita su 8 pazienti: negli ultimi anni le persone diagnosticate sono circa 6-8 all'anno. Oggi la malattia non è necessariamente mortale, sempre se si seguono le cure. Le nuove diagnosi di infezione ultimamente sono di 30 persone all'anno, contro le 50-60 di dieci anni fa, per cui le infezioni sono diminuite di circa la metà. E' un trend di calo che riscontriamo dal 2013».

A cosa è dovuto questo calo?

«Il calo può avere diversi significati: se facciamo gli ottimisti pensiamo a una maggiore attenzione e a una maggiore protezione, ma se siamo realisti molto dipende dal cambiamento delle linee guida relative all'Hiv. Ora, infatti, quando facciamo la diagnosi proponiamo subito la terapia: con le cure, la quantità di virus che c'è nel sangue e nelle secrezioni si riduce fino ad essere non più rilevabile. E siccome la contagiosità di una persona dipende da quanto virus può scambiare è evidente che la trasmissione si riduce (Tasp). Inoltre c'è anche la possibilità, oltre alle protezioni di barriera, di utilizzare alcuni farmaci anti-HIV come profilassi, cioè per non contrarre l'infezione, soprattutto quando i comportamenti a rischio sono ripetuti. Tutto questo ha portato a una riduzione dell'infezione, anche se le nuove diagnosi non sono scomparse, ma rimangono almeno 30 all'anno. Senza dimenticare che una quota considerevole di queste è costituita da persone che l'infezione ce l'hanno da tempo e quando arrivano alla diagnosi presentano un sistema immunitario già compromesso, il che rende non impossibile ma più difficile il percorso di cura».

Chi sono oggi i sieropositivi?

«E' una popolazione trasversale: uomini, donne, giovani, adulti e persino anziani. Tutti possono essere a rischio, in quanto oggi l'infezione si trasmette essenzialmente per via sessuale. Ci sono disoccupati, professionisti e operai. Non c'è una fotografia specifica: non possiamo più identificare il sieropositivo con chi sta al margine. E' prevalentemente una popolazione maschile, anche perché nel tempo le donne sono calate. L'età? Va dai 18 agli 80 anni, anche se la parte consistente della popolazione coinvolta è quella che ha un'età che va dai 40 ai 55 anni. Non mancano gli stranieri, soprattutto originari dall'Africa Subsahariana, America latina e Paesi dell'Est Europa. Ma su 1.080 persone solo un terzo è straniero cioè circa 300».

Quindi la tossicodipendenza non è più come in passato la condizione principale per la trasmissione dell'infezione?

«Su cento persone che hanno contratto il virus in Italia, solo il 4% per abitudini legate alla tossicodipendenza. Più del 90% si è infettato attraverso la via sessuale etero o omo. La tossicodipendenza oggi è cambiata e anche se non è scomparsa completamente la via endovenosa, le droghe utilizzate sono diverse da quelle di un tempo. Il Sert ha portato avanti un lavoro importante a questo proposito: l'uso di sostitutivi, la fornitura di siringhe monouso e l'informazione a 360 gradi sui possibili rischi. Dal punto di vista sessuale fare informazione è invece molto più difficile, fatto sta che molte persone non si proteggono, anche perché c'è la convinzione diffusa che il proprio partner non sia un soggetto a rischio. E' per questo motivo che insistiamo sulla prevenzione, per imparare a proteggersi, e sull'invito al test, proprio perché se si arriva tardi alla diagnosi ci si può trovare davanti a sorprese spiacevoli. Ma purtroppo il test fa ancora troppa paura».

Come si evolve il percorso dall'infezione alla malattia e quale possibile cura?

«Il percorso si arresta completamente se le persone entrano in terapia. Insomma, non ci si ammala se ci si cura. La terapia antiretrovirale è costituita da una combinazione di farmaci, attualmente possibile con una-due pastiglie al giorno, contro le 12-14 degli anni Novanta. E' una terapia con scarsi effetti collaterali e con nessuna interferenza con la vita delle persone, ma è una terapia da assumere tutti i giorni e per tutta la vita».

Come e dove si può fare oggi il test?

«La legge italiana richiede il consenso della persone per il test e quindi ci si può rifiutare. Il test andrebbe proposto almeno una volta nella vita adulta e ripetuto in caso di situazioni a rischio. E' assolutamente indispensabile poi in presenza di indicatori clinici che suggeriscono la possibile presenza di HIV in quanto, come detto, la diagnosi precoce e l'ingresso in terapia consentono di bloccare la progressione dell'infezione. Per cui, non mi stanco a dirlo, sarebbe meglio sottoporsi al test: ogni occasione sanitaria può essere utile. E' gratuito e si può fare in ogni momento. Le modalità sono diverse: per richiesta dal medico di base oppure attraverso il numero verde regionale (800856080) o presso l'ambulatorio delle malattie infettive dal lunedì al venerdì dalle 10 alle 12 senza prenotazione e richiesta, con counselling pre e post test. Altri punti prelievo sono indicati sul sito regionale www.helpaids.it.

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