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FIAMME GIALLE

Parma Urban District: i nomi e i retroscena dell'inchiesta

20 ottobre 2018, 07:03

Parma Urban District: i nomi e i retroscena dell'inchiesta

GEORGIA AZZALI

Quasi 300mila metri quadrati su due livelli e 3.700 posti auto. “Parma Urban District”, il mega centro commerciale a due passi dall’autostrada, avrebbe dovuto aprire i battenti verso la fine del prossimo anno, ma da ieri tutto è fermo. Cantiere sequestrato, perché in quell’area, così vicina alla pista dell’aeroporto, nessuna struttura in cui sono previste migliaia di persone ogni giorno può essere costruita. Lo dice il Regolamento dell’Enac del 2011, a cui però il Comune di Parma non si è mai adeguato. È così che il gip Mattia Fiorentini, su richiesta del pm Paola Dal Monte, ha fatto scattare i sigilli su tutta la zona. «L’area - scrive il giudice nel decreto - deve essere pertanto sottoposta a sequestro per fronteggiare il periculum in mora, consistente nella situazione di elevato rischio per la pubblica incolumità, nel caso di disastro aereo, insita nella costruzione di un polo ad altissima capacità recettizia proprio nei pressi della pista di atterraggio aeroportuale». E sul registro degli indagati sono finiti l’assessore all’Urbanistica, Michele Alinovi, il direttore del Settore pianificazione territoriale, Dante Bertolini, e il suo predecessore Tiziano Di Bernardo. Tutti e tre sono indagati per concorso in abuso d’ufficio continuato.

L’ESPOSTO IN PROCURA

Pochi mesi di un’indagine febbrile e complessa, portata avanti dalla Guardia di finanza di Parma.

A far scattare gli accertamenti è stato un esposto depositato in procura lo scorso giugno e firmato da Legambiente, Wwf Parma, Ada (Donne ambientaliste) e Associazione Manifattura Urbana. Un documento in cui si puntava il dito proprio contro i permessi rilasciati dal Comune alla società costruttrice Sviluppi immobiliari parmensi, che fa capo al Gruppo Pizzarotti (estraneo all’indagine).

TUTTE LE ACCUSE

Via libera concessi nell’ottobre 2017 e nel gennaio 2018, ma in piena violazione, secondo l’accusa, proprio del Regolamento Enac, che prevede l’ampliamento delle cosiddette zone di tutela attorno agli scali, con l’inserimento di un’ulteriore fascia di rispetto. Tutte aree in cui vanno evitati “insediamenti ad elevato affollamento quali centri commerciali, congressuali e sportivi a forte concentrazione”. Sia Alinovi che i due dirigenti, però, ognuno nelle proprie funzioni, avrebbero volutamente omesso di adeguare il piano di rischio aeroportuale alle norme. Non l’avrebbero fatto, nonostante nell’ottobre del 2011 il Comune fosse stato sollecitato dall’Enac, ma anche pur sapendo che il grande centro commerciale di Baganzola, inserito nel Piano urbanistico attuativo, rientrava per la maggior parte della sua superficie proprio nelle aree a rischio. Non solo. Secondo la procura, Alinovi, con una nota scritta del 20 marzo scorso e in un incontro, due mesi dopo, nella sede dell’Enac, si sarebbe esplicitamente rifiutato di adeguare il piano aeroportuale.

LA FIRMA SUI PERMESSI

Sia per l’accusa che per il giudice c’è però una certezza: in quella zona non può sorgere un centro commerciale, ma soprattutto il Comune non avrebbe dovuto rilasciare quei permessi adeguando il piano aeroportuale. Diversa, tuttavia, la valutazione delle responsabilità degli indagati. Secondo il gip, infatti, per come al momento è formulato il capo d’imputazione, solo le responsabilità di Di Bernardo, ex numero uno del settore Pianificazione territoriale del Comune, sarebbero evidenti. È lui ad avere firmato i permessi per costruire. Ed è sempre lui, secondo il giudice, ad avere «dolosamente omesso di adeguare il piano di rischio adottato dal commissario governativo Mario Ciclosi in data 28/2/2012», si legge nel decreto di sequestro. Alinovi e Bertolini? Nessun coinvolgimento diretto, secondo il giudice, perché «il loro interessamento alla vicenda risale a un periodo successivo all’emissione dei due permessi di costruire del 5/10/2017 e del 19/1/2018 - costituenti l’evento dell’abuso d’ufficio - quando il reato era da ritenersi già consumato», annota il gip.

L’ABUSO EDILIZIO

Ora spetterà alla procura decidere se seguire o meno le “indicazioni” del giudice. Che, oltre all’abuso d’ufficio, ha messo però in evidenza anche l’abuso edilizio, visto che il permesso di costruire risulta “illegittimo”. Ma l’inchiesta è tutt’altro che chiusa. E altri scenari potrebbero aprirsi.

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