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Il libro

Papadia, un parmigiano tra gli eroi dimenticati

29 ottobre 2018, 05:00

Papadia, un parmigiano tra gli eroi dimenticati

Michele Ceparano

Francesco Papadia è uno dei quattromila soldati italiani che sono tornati dai Balcani con una ferita mortale: un tumore. Altri 340 sono morti. Lo scrive a pagina 216 del suo libro Meo Ponte, inviato di guerra per «Repubblica» e oggi per il «Corriere della sera». Un volume dal titolo eloquente: «Eroi di una guerra segreta. Le scomode verità delle “missioni di pace” italiane». Un capitolo del volume edito da Longanesi, Ponte lo ha dedicato proprio all'ex militare parmigiano. Dermatologo, 47 anni, Papadia è stato ufficiale medico dei carabinieri. Un veterano che ha alle spalle campagne come il Kosovo, l'Iraq e la ex Jugoslavia. Tornato diciotto anni fa dal Kosovo, Papadia, come scrive Ponte, «continua a combattere» seppur in un'altra trincea. Perché è nei Balcani che, nota l'autore, «è stata maggiormente “combattuta” la guerra dell'uranio impoverito». Non a caso il capitolo che racconta le traversie dell'ex ufficiale dei carabinieri si intitola U238, sigla che sta per questo elemento chimico.

Dopo la laurea in Medicina, Papadia si arruola come ufficiale medico tra i paracadutisti della Folgore. La vita militare gli piace, così come le arti marziali; ha infatti vinto il titolo intercontinentale professionisti di boxe thailandese nel 1997. Da tenente varca l'ingresso della caserma Vannucci di Livorno e diventa medico del Tuscania e del Gis. Nel 2000, a ventinove anni, parte per il Kosovo, dove conosce l'incubo delle mine antiuomo, vede uccidere gli albanesi e radere al suolo i villaggi. Salva anche la vita a un carabiniere, grazie al suo buon rapporto con i medici britannici. Sono proprio loro a Pristina a metterlo in guardia dai terreni minati e da molto altro. «Un giorno - spiega Papadia nel libro - mi accompagnarono a vedere un gigantesco container che mi descrissero come un impianto per filtrare l'acqua da bere. Ero stupito che avessero portato un tale impianto dall'Inghilterra quando noi ci approvvigionavamo dalla rete idrica locale. Stessa cosa facevano gli americani». Già, gli americani. «In tutte le missioni - racconta Papadia - gli statunitensi hanno utilizzato proiettili con l'uranio impoverito che, data la loro capacità di penetrazione, permettevano di distruggere le costruzioni di cemento armato. Ma l'impatto liberava anche micropulviscolo di uranio che si andava a depositare nei terreni circostanti e invadeva le falde acquifere».

A farne le spese sono stati anche i militari italiani. «Solo nel Tuscania - aggiunge - ci sono stati più di quaranta casi di tumori alla tiroide e tre casi di morte per uranio sempre nei carabinieri paracadutisti». Anche solo parlarne lo fa soffrire. «Il capitolo del libro che mi riguarda - dice - lo abbiamo dedicato al maresciallo Pasquale Cinelli, al vicebrigadiere Claudio Capocci e al carabiniere Denis Frison, paracadutisti del Tuscania uccisi da tumori generati da uranio». Papadia, da navigato boxeur ed esperto di arti marziali, a quei tempi è, però, perplesso. Secondo lui «gli inglesi e gli americani esagerano». Ma i pericoli sono in agguato, a partire dalla contaminazione dell'acqua che, come ricorda Ponte, «non è l'unico pericolo per la salute dei soldati italiani». E' lo stesso ex militare parmigiano a puntare il dito anche sulla «centrale elettrica della Kek, una sorta di Enel kosovara», che «utilizzava come combustibile la lignite fossile che, se inalata o semplicemente per contatto con le mucose, può scatenare forme tumorali, in particolare respiratorie o delle ghiandole linfatiche, e quindi ai testicoli e alla tiroide». Al termine della missione l'ufficiale torna a casa. Successivamente sarà altre due volte nei Balcani e in Iraq. Nel frattempo si è sposato e sua moglie gli ha dato una bambina. La vita si tranquillizza e lui, ora capitano, viene nominato direttore dell'infermeria della Legione carabinieri Veneto. Nel 2008, però, come lui stesso afferma, «il Kosovo mi presenta il conto. Scopro che ho un tumore al testicolo». Gli verrà asportato, ma inizia un calvario che lo porterà, appena due anni più tardi, a dover asportare anche il secondo. Prima, però, riesce dare un fratellino alla sua Matilde, Gregorio.

La lotta per lui non è finita. Papadia sembra infatti Jon Snow, l'eroe del Trono di Spade, «condannato» a combattere per sempre. «Nel 2013 viene congedato dall'Arma dei carabinieri con il grado di maggiore - si legge nel libro - perché secondo le tabelle di infermità non è più idoneo». Il medico parmigiano sospira: «E pensare che un tempo era una mia mansione decidere l'idoneità al rientro oppure no di un militare». La malattia gli ha stravolto la vita: si separa dalla moglie e passa giorni sempre più duri. La palestra e il ring, oltre che la vita militare, gli hanno però insegnato a rialzarsi. Intraprende così una guerra ancora più dura di quando era al fronte, «una guerra per spingere le istituzioni a riconoscere il danno fisico e a risarcirlo».

«Mai però - commenta amareggiato - avrei pensato, io che avevo giurato fedeltà all'Arma e alla Costituzione, di trovarmi di fronte a tanta indifferenza». Gli resta, comunque, un bel bagaglio di ricordi e «l'orgoglio di aver conosciuto dei veri eroi che sono partiti per portare la pace e la sicurezza in Paesi che hanno avvelenato i loro corpi». Ma il verbo arrendersi nel suo vocabolario non esiste. Oggi, infatti, continua a combattere per avere giustizia ed è perfino tornato sul ring. «Il mio motto - conclude - è quello del Tuscania: “Se il destino è contro di noi, peggio per lui”. Perché io resterò sempre un carabiniere».

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