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1915-18

I Marinai d'Italia: «Cerchiamo i parenti dei nostri i caduti»

30 ottobre 2018, 05:00

I Marinai d'Italia: «Cerchiamo i parenti dei nostri i caduti»

ROBERTO LONGONI

Emilio Borsi, 28 anni, Oreste Alberoni, 26, Aldo Stocchi, 20, Giuseppe Platesteiner, 23, Angelo Cattadori, 20, Luigi Ferrari, 21. Non morirono tra le pietre del Carso o del Grappa, lungo l'Isonzo o il Piave. Le loro giovani (o giovanissime) vite furono inghiottite dal più dimenticato dei nostri fronti del '15-18: quello esteso lungo tutto l'Adriatico. Sono sei i parmigiani morti indossando la divisa blu nel primo conflitto mondiale. Caduti per la patria, in quella che Giuseppe Sitti, pubblicando i loro nomi nel 1919, chiamò «guerra di liberazione». Ora, un secolo dopo la fine dell'immane carneficina («l'inutile strage» di Benedetto XV), i Marinai d'Italia scopriranno sul loro monumento in via Zarotto una targa in memoria dei sei caduti in mare. E l'occasione sarà la celebrazione della patrona Santa Barbara, il 9 dicembre prossimo.

Ma per strappare davvero all'oblio i loro commilitoni, i Marinai d'Italia attraverso la Gazzetta lanciano un appello, per coinvolgere i parenti o i discendenti dei caduti. «Vorremmo che alla cerimonia fossero presenti anche loro. Vorremmo poterli abbracciare, per poter abbracciare attraverso di loro i nostri caduti» dichiara Emilio Medioli, presidente dell'associazione.

Accanto a quei sei nomi ora incisi su una targa ci sono due medaglie di bronzo al valor militare. Appartengono entrambe a Emilio Borsi. Il tenente di vascello parmigiano era ufficiale di rotta a bordo del sommergibile Balilla che nella notte del 14 luglio lanciò due siluri contro la T65, una torpediniera austriaca al largo di Lissa, lungo la costa dalmata. La nave nemica riuscì a evitarli, ma nelle manovre fece esplodere contro la propria fiancata di babordo la mina che stava trainando. A questo punto, il Balilla emerse e lanciò un altro siluro contro la T65 (senza centrare l'obiettivo), ritrovandosi subito dopo al centro del fuoco della T65 e di un'altra torpediniera, la T66, fino a quel momento nascosta dall'oscurità. Il primo colpo, il sommergibile lo ricevette al timone. Impossibile reimmergersi, impossibile manovrare per scansare i siluri lanciati dalla T66: centrato all'altezza della torretta, il Balilla si spezzò in due e colò a picco con tutti i suoi 39 uomini.

Della morte di Oreste Alberoni, invece, si sa ben poco. Ragioniere, era stato promosso secondo capo cannoniere nella Regia Marina. La sua vita si spense nell'ospedale marittimo Vaccari l'8 marzo del 1918, quindi a pochi mesi dalla fine del conflitto, «in seguito a malattia contratta in servizio». Come si sia ammalato e di che cosa non si sa.

Fu breve la guerra del sottocapo torpediniere elettricista Aldo Stocchi. A sua volta era imbarcato su un sommergibile, il Medusa, vittima del siluro lanciato da un altro sommergibile, l'U11. Un sottomarino non ancora nemico sulla carta, ma in mare sì: lo comandava un ufficiale tedesco, in procinto di passare le consegne agli austriaci. E il 10 giugno del 1915 la Germania non era ancora in stato di belligeranza con l'Italia. I cinque marinai sopravvissuti vennero fatti prigionieri dall'U11, ma Stocchi non era tra loro.

Giuseppe Platesteiner si trovò coinvolto in una guerra contro le proprie radici (discendeva da un nobile al seguito di Maria Luigia). Il sottocapo cannoniere armarolo perse la vita il 2 agosto del 1916 nel Mar Piccolo a Taranto, nell'esplosione che il 2 agosto del 1916 fece colare a picco la Leonardo da Vinci, uccidendo 219 uomini. Una tragica beffa che Platesteiner, di origini austriache, ma con indosso la divisa italiana, sia morto per mano di sabotatori italiani al soldo degli austriaci. E' stato lo stesso Medioli a indagare negli archivi, scoprendo che «alcuni degli autori di quel tradimento vennero individuati e condannati a morte». Ma nessuno venne fucilato. La condanna a morte si trasformò in carcere. Fino a quando non si aprirono le celle.

L'anno prima, il 27 settembre del 1915, fu un altro parmigiano, Angelo Cattadori a morire per mano dei sabotatori che affondarono la corazzata, la Benedetto Brin nel porto di Brindisi. Il timoniere fu tra i 456 marinai uccisi dallo scoppio della santa barbara della corazzata.

Luigi Ferrari partì volontario a vent'anni e fu imbarcato come torpediniere scelto sulla Regina Margherita. La notte dell'11 dicembre del 1916, nel mare in tempesta al largo di Valona, la corazzata urtò contro due mine e colò a picco. Ferrari venne dato per scomparso. Ma è quasi certo che da un secolo riposi a 66 metri di profondità. Nella corazzata trasformata in una tomba per 671 ragazzi, sotto la lapide del mare.

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