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Il caso

Sangue infetto: dopo 44 anni vuole giustizia

30 ottobre 2018, 05:02

Sangue infetto: dopo 44 anni vuole giustizia

CHIARA POZZATI

Una battaglia durata oltre 40 anni. A suon di farmaci e sentenze. Prima per curarsi dall'epatite C, contratta per una trasfusione di sangue infetto e con cui farà i conti per tutta la vita, poi per chiedere giustizia contro il ministero della Salute. E quando tutto sembrava perduto - prima in Tribunale, poi in Corte d'Appello - «è filtrata finalmente una speranza. E' stato un calvario, sia fisico che mentale, ma oggi posso tornare a credere che le ingiustizie vengano punite».

Queste le uniche parole di Amelia, la chiameremo così, che chiede di mantenere il più stretto riserbo. Preferisce lasciare che sia il suo legale, l'avvocato parmigiano Giovanni Franchi, a tirare le fila. Una speranza abbiamo detto, perché la Corte di Cassazione non entra nel merito ma ha accolto il ricorso della pensionata e ha rispedito in Appello la sentenza. Il nodo rimane infatti legato alle tempistiche, ovvero alla decorrenza del termine massimo di 10 anni per presentare la richiesta d'indennizzo di chi ha contratto la malattia.

Ma andiamo con ordine. I fatti risalgono al 1974: Amelia ha impresso ogni istante di quella maledetta giornata di 44 anni fa. La gioia più grande e l'inizio di tutto. E' stato il giorno del parto del primo figlio, quando l'ansia per quella nuova vita che doveva sbocciare avrebbe dovuto dissolversi dopo ore di travaglio. Era ricoverata alla Clinica di ostetricia e ginecologia dell'Ospedale di Parma, dove tentarono in tutti i modi di fermare l'emorragia che la stava consumando. Occorreva sangue e plasma e occorreva subito, ma quello che le venne trasfuso le infettò la vita. Nonostante i dolori che la tormentarono per anni e il buio assoluto sulle cause, Amelia scoprì di essere positiva al virus solo nel 1996.

Il primo pensiero corse alla salute sua e dei familiari e per ricostruire le cause e scavare a fondo ci volle altro tempo. Solo nel 2005 iniziò la partita legale, quando la pensionata, citò il ministero della Salute di fronte al Tribunale di Bologna. Nulla da fare, il giudice accolse le argomentazioni del Ministero sulla prescrizione del diritto al risarcimento, tenendo come punto fermo il 1996, data in cui Amelia ebbe la certezza di aver contratto l'epatite C. Nonostante la sconfitta, la donna non si arrese e impugnò la sentenza di fronte alla Corte d'Appello, ma anche in questo caso rimase delusa: la domanda d'indennizzo venne valutata fuori tempo massimo. Fino a pochi giorni fa, quando la sentenza della Cassazione ha ribaltato la situazione: «Secondo i giudici della suprema corte infatti i termini per la richiesta di risarcimento non devono decorrere dal 1996 data in cui la mia cliente ha avuto solo la certezza di aver contratto il virus, ma dal momento in cui la signora ha presentato la richiesta d'indennizzo: cioè dal 2005. La Cassazione ha fatto riferimento alla legge 210 del 1992 e questa pronuncia è fondamentale - spiega Franchi - perché consente a tanti che hanno subito danni alla salute a causa del sangue infetto di ottenere giustizia».

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