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'NDRANGHETA

Aemilia, 37 anni e 11 mesi per il boss Bolognino. Condannati anche altri tre parmigiani

01 novembre 2018, 05:03

Aemilia, 37 anni e 11 mesi per il boss Bolognino. Condannati anche altri tre parmigiani

Georgia Azzali

REGGIO EMILIA - Vent'anni e 7 mesi. Ma è solo la prima parte della resa dei conti. Poi arrivano altri 17 anni e 4 mesi. Rinchiuso nel carcere de L'Aquila, Michele Bolognino la sente raccontare in videoconferenza dai giudici del processo «Aemilia» la trama del suo futuro. Il re della cosca di 'ndrangheta Grande Aracri a Parma se ne sta in piedi nella saletta del penitenziario e scorre con lo sguardo la miriade di accuse scritte nero su bianco sugli atti appoggiati sul tavolo davanti a sé. Imperturbabile. Non è più tempo di sorrisi beffardi, ma nemmeno per un filo di disperazione. Una doppia condanna per la scelta di due riti diversi (ordinario e abbreviato), perché Bolognino fa parte di quella schiera di imputati a cui i pm della Dda di Bologna, Marco Mescolini e Beatrice Ronchi, hanno aggiunto nuovi reati durante il processo perché avrebbero continuato a lavorare per l'organizzazione anche dopo gli arresti, nel gennaio 2015.

IL FEUDO DEL BOSS

Il dibattimento di «Aemilia», il più grande scacco alla mafia del Nord, è arrivato alla fine dopo quasi tre anni di udienze, presiedute da Francesco Maria Caruso: 142 condanne (contro cui ovviamente le difese potranno fare appello), per un totale di oltre 1.200 anni di carcere, 24 assoluzioni e cinque prescrizioni. Un'altra prova, dopo la Cassazione dei giorni scorsi per gli imputati che avevano scelto il rito abbreviato, che l'isola felice emiliana non esiste più. Da anni c'è una 'ndrina autonoma, seppure legata alla casa madre di Cutro, che ha il suo epicentro a Reggio ma è stata capace di conquistare anche Parma. La città dove Bolognino, 51 anni, originario di Locri, aveva casa e affari. Associazione mafiosa, estorsione, reimpiego di soldi della cosca, intestazioni fittizie, false fatturazioni: è una lista lunga quanto un romanzo la serie di imputazioni con cui deve fare i conti. Bolognino spaziava dall'edilizia ai trasporti, facendo affari anche nella ristorazione e nei locali notturni. Uno stratega delle intestazioni fittizie, secondo la procura. Aveva messo le mani su discoteche, night e bar: sarebbe stato il vero titolare del Freee, l'ex Astrolabio, della Para di Baganzola e dell'Ariete di via Milano, prima del passaggio ai nuovi proprietari. E in più di un'occasione avrebbe fatto da tramite tra la 'ndrina emiliana e il capo della cosca, Nicolino Grande Aracri.

L'INGEGNERE CANDIDATO

Ma l'organizzazione aveva bisogno anche di uomini fidati per reinvestire il frutto dei propri affari. Personaggi, secondo l'accusa, come Salvatore Gerace, condannato a 6 anni e 8 mesi: ingegnere, 46 anni, originario di Cutro, nel 2007 era stato consigliere del quartiere Oltretorrente con «Parma per Ubaldi» e cinque anni dopo si era candidato in consiglio comunale nella lista dell'Udc, ma non era stato eletto. Coinvolto nell'operazione del maxi investimento immobiliare di Sorbolo, avrebbe aiutato Giuseppe Giglio (diventato il primo pentito di «Aemilia), Salvatore Cappa e Giuseppe Pallone nella gestione lecita e illecita delle imprese immobiliari e dei cantieri, occupandosi anche delle vendite fittizie delle case. Nessun ruolo, invece, nelle minacce nei confronti dell'imprenditore sorbolese Francesco Falbo: Gerace è stato assolto dal reato di estorsione.

IL SALSESE E IL FIDENTINO

Dai professionisti ai prestanome, di cui le cosche hanno sempre bisogno per mandare avanti le loro imprese senza far uscire allo scoperto personaggi che possono «scottare». E' il caso di Giuseppe Manzoni, 74 anni, origini lucane ma da tempo residente a Salso: 7 anni, la condanna, per aver fatto da testa di legno in alcune società del crotonese Mario Vulcano. Ma Manzoni sarebbe stato anche l'uomo delle false fatturazioni, un giro da circa 500mila euro. Nessuna responsabilità, invece, per Rosario Adamo, 65 anni, siciliano trapiantato a Fidenza: accusato di aver accettato l'attribuzione fittizia di quote dell'impresa edile di Palmo Vertinelli (condannato a 29 anni e 9 mesi, tra rito ordinario e abbreviato), è stato assolto.

RISPUNTA ALDO FERRARI

E tra i 148 imputati c'era anche il Re Mida di Madurera, quell'Aldo Pietro Ferrari coinvolto in una marea di processi per truffa. Accusato di estorsione, perché si sarebbe rivolto a Francesco e Domenico Amato, ritenuti uomini vicini alla cosca, per farsi restituire un'auto dal tizzanese Francesco Pellegri, si è visto derubricare il reato in violenza privata (senza l'aggravante mafiosa): pena finale, 2 anni e mezzo, contro gli 11 chiesti dalla procura.

L'UOMO DI BRESCELLO

Cinque anni, infine, per Bruno Milazzo, il 54enne di Brescello coinvolto nell'inchiesta che nei giorni scorsi ha portato alle perquisizioni della Finanza (per false fatturazioni) nelle società dell'imprenditore parmigiano Francesco Gigliotti. Milazzo avrebbe fatto da prestanome ad Alfonso Diletto, uno dei boss della cosca emiliana, condannato in via definitiva a 14 anni e 2 mesi.

Nomi che passano da un'inchiesta all'altra. E fili che potrebbero intrecciarsi.

I PERSONAGGI

«Siete ridicoli. Vergogna, vergogna». Esplode in aula, Giuseppe Iaquinta, appena sente quella condanna per associazione mafiosa che potrebbe fargli passare un bel pezzo di vita in carcere: 19 anni. Un uomo della cosca Grande Aracri, il padre di Vincenzo, ex attaccante juventino e campione del mondo: la procura antimafia di Bologna ne è stata convinta fin dall'inizio, da quel gennaio 2015 quando scattò la maxi operazione «Aemilia». Il punto di riferimento di Giuseppe Iaquinta? Nicolino Sarcone. Ma il padre dell'ex calciatore sarebbe arrivato anche a «Mano di gomma», Nicolino Grande Aracri, il capo indiscusso della cosca cutrese, a cui avrebbe dato la propria disponibilità per la costruzione di villaggi turistici, impianti eolici e fotovoltaici in Calabria.

Continua a urlare, Giuseppe Iaquinta, mentre il presidente prosegue nella lettura della sentenza. E il figlio Vincenzo gli fa eco qualche minuto dopo, quando sente pronunciare anche la sua condanna: 2 anni per aver violato alcune norme sulla detenzione di armi, ma senza l'aggravante mafiosa. «Il nome 'ndrangheta non sappiamo neanche cosa sia nella nostra famiglia. Non è possibile - grida all'uscita del tribunale -. Andremo avanti. Mi hanno rovinato la vita sul niente perché sono calabrese, perché sono di Cutro. Io ho vinto un Mondiale e sono orgoglioso di essere calabrese. Noi non abbiamo fatto niente perché con la 'ndrangheta non c'entriamo niente. Sto soffrendo come un cane per la mia famiglia e i miei bambini senza aver fatto niente».

Eppure, secondo i giudici, nella famiglia Iaquinta la 'ndrangheta era di casa. G.Az.

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