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Lucarelli: «Faccio il dirigente ma dentro sono ancora calciatore»

01 novembre 2018, 05:00

Lucarelli: «Faccio il dirigente ma dentro sono ancora calciatore»

Sandro Piovani

Non è certo cambiato, anzi. Ma fa un po' strano incontrare Alessandro Lucarelli nel suo ufficio, tra gigantografie che lo ritraggono nei momenti della sua carriera crociata e scartoffie. «Alessandro Lucarelli, club manager» recita la targa sulla porta con tanto di scudetto crociato. Poi, quando si toglie il soprabito, è di nuovo il capitano. Con la fascia crociata e le date «cruciali» delle tre promozioni tatuate sul braccio sinistro. Anche il sorriso è sempre lo stesso. «In effetti avere un ufficio mi dà l'idea più che altro di essere diventato vecchio»: come sempre, una battuta per rompere il ghiaccio. Poi si parte. «Mi fa prendere coscienza della realtà. Che tutti conosciamo, ovvero che ormai ho attaccato le scarpette al chiodo».

Come stai vivendo questo passaggio?
«Come potrei dire? Me ne sto rendendo conto. Perché da un lato so di avere smesso, di avere un altro ruolo, so che non sono più in prima linea come poco tempo fa. Però dentro ho ancora il fuoco del calciatore. Soffro quando ci sono delle partite, perché star fuori è completamente diverso. Non riesci a sfogarti. A questo mi ci devo ancora abituare. Mi manca di non essere più in prima linea, di non avere la faccia davanti a tutti. Sì, mi manca. Allo stesso tempo sono contento di quello che sto facendo ora. L'inizio di una nuova vita».

Ora che stai facendo?
«Per adesso ho bisogno soprattutto di imparare. Dopo un'esperienza ventennale di calcio che comunque mi permette di capire quali sono le dinamiche di una squadra di calcio».

Sul braccio comunque hai tatuato la fascia e le date delle tre promozioni (dalla D alla C, poi alla B e quindi in A ndr).
«Le vittorie dei tre campionati: ho marchiato a fuoco le tre date di questa grande cavalcata».

Un flash di questa cavalcata?
«Il primo riguarda i giorni del ritiro in D, quando a Collecchio ero in mezzo a tanti ragazzini. Questa cosa un po' mi aveva fatto barcollare. Però da lì poi siamo partiti e abbiamo costruito quello che siamo oggi. Quei cento e passa ragazzi che hanno indossato la maglia crociata negli anni, hanno dato un contributo importantissimo ad essere dove siamo oggi. E la squadra di oggi deve sentirsi addosso la responsabilità di quello che è stato fatto in tre anni, con tanto sudore, con tanto sacrificio di tanti ragazzi».

Altro flash: 18 maggio 2018, con Lucarelli e gli altri crociati che aspettano la fine della gara di Frosinone, per avere la sicurezza della promozione in serie A.
«Indescrivibile. Una serata emozionante come quella è difficile da descrivere. Un sogno insperato, perché quella sera doveva accadere qualcosa di miracoloso per far sì che noi si andasse in serie A. Ed è successo, a pochi minuti dalla fine. E non c'è stata la possibilità di prepararla mentalmente quella gioia. Del resto sino a pochi secondi prima stava vincendo il Frosinone. Ed io ero preparato a giocare i play-off. Poi il boato ha travolto tutto. Le emozioni di quei minuti sono irripetibili. Il sogno era diventato realtà. E lì è stata una liberazione: un flash di tre anni velocissimo, poi la liberazione».

Poi la lettera scandita davanti ai tifosi, per dire appunto che avresti smesso di giocare. Altra serata vietata ai cuori deboli.
«Una lettera difficile da leggere. Però in quelle parole c'era tutta la mia storia parmigiana. In quelle pagine ho voluto tirar fuori non solo il mio essere calciatore ma tutto quello che ho vissuto in questi dieci anni a Parma. Cosa aveva voluto dire scendere in serie D e ritornare in serie A. Per me, per i tifosi. E cercare di giustificare poi quella scelta. Soffertissima, ma penso che fosse la scelta più giusta. E' stato un chiudere il cerchio nel modo migliore».

Per i tifosi sei sempre il capitano.
«Anche i ragazzi della squadra... (sorride ndr). Ci vorrà qualche anno ancora. Ma fa piacere, significa essere sempre un riferimento. Come è stato per diversi anni. Ed è diventato il mio secondo nome. Fa piacere».

In estate avevi poi consegnato la tua fascia a Bruno Alves. Perché quel consiglio?
«C'erano tanti ragazzi che per militanza, comportamento ed esempio meritavano di fare il capitano. Per essere capitano però serve qualcosa in più, qualcosa che hai dentro. Il capitano deve essere leader, riferimento per i compagni. Quella figura a cui la squadra si appoggia nei momenti di difficoltà. Credo che oggi nessuno come Bruno abbia il pedigree del capitano: lui ha esperienza internazionale, ha una leadership innata. Non è che il mister ha ascoltato me, evidentemente anche lui ha visto in Bruno tutte queste caratteristiche».

A proposito di mister, come è cambiato il tuo rapporto con D'Aversa?
«Prima con il mister parlavo di come gestire gli allenamenti di un giocatore di quarant'anni, concordavo la settimana d'allenamento. Perché io non potevo fare una settimana come tutti gli altri. Poi si parlava delle partite, di cosa migliorare. E devo dire che quello è rimasto. Diciamo che forse ora mi sono avvicinato di più al direttore (il ds Faggiano ndr) perché nel mio nuovo ruolo sono più a contatto con lui, per gli aspetti contrattuali, nei rapporti con i procuratori, il mercato. Sto scoprendo l'altra faccia del lavoro. Una visuale che non è da giocatore ma da dirigente: dinamiche completamente diverse».

E domenica arriva il Frosinone, che nella passata stagione è stato un po' il crocevia decisivo.
«Quel pari dell'ultima giornata del Frosinone ci ha mandato in A direttamente. Diciamo che il loro sconforto è stata la nostra gioia. Però allo stesso tempo ora ci ritroviamo nello stesso campionato, con lo stesso obbiettivo, ovvero di arrivare alla salvezza. Noi abbiamo fatto una partenza migliore, però ancora non abbiamo fatto nulla. Proprio come loro. In ogni caso il campionato è ancora lungo. E questa è una di quelle partite che non puoi sbagliare. E' una frase fatta, ma è vero che in gare come questa i punti valgono doppio. Un bel confronto: noi arriviamo da una sconfitta e loro da una bella vittoria. Una partita difficile, da affrontare da squadra esperta. Non dimentichiamo che noi siamo ad otto punti davanti a loro e per questo è importante non perdere. Chiaro, sei in casa e devi fare di tutto per vincere. Però, assolutamente non devi perdere. Mal che vada li lasci a -8 e in serie A recuperare otto punti ci vuole qualche mese».

Il Parma arriva da due sconfitte consecutive. Psicologicamente può avere dei contraccolpi?
«Noi qua dentro dobbiamo essere bravi ad analizzare bene ogni sconfitta. Chiaro che da fuori il tifoso vede il risultato ed è contento se vinci anche se giochi male. Noi dobbiamo analizzare le prestazioni. In queste due partite abbiamo concesso qualche leggerezza in più che sino a poco tempo fa non commettevamo. Dobbiamo rialzare l'asticella dell'attenzione, subito. Dobbiamo essere bravi a percepire il senso del pericolo: credo che la prima cosa da ritrovare in questa partita sia questo».

Da capitano, ai tifosi, cosa vorresti dire in questo momento?
«Sinceramente questa volta non mi sento di dover dire nulla ai tifosi. Si sono calati molto bene con noi nel campionato che dobbiamo fare, sapendo bene qual è il nostro obbiettivo, sapendo che ci sono partite come domenica scorsa dove prendi tre gol e te ne torni a casa con la coda tra le gambe. Però ci hanno sempre incitato: stanno facendo tutto quello che devono fare. Veramente sono contento dell'approccio mentale che hanno avuto a questo campionato. Negli ultimi tre anni noi eravamo abituati ad andare a vincere, magari anche un pari interno veniva colto come una sconfitta, con dei fischi. Quest'anno no. Si sa che molte squadre son più forti. Ma noi abbiamo un obbiettivo: la salvezza. Devono solo continuare così: sarà un campionato di sofferenza, difficile e noi dobbiamo salvarci».

Intanto tutti aspettano il libro su Lucarelli calciatore. E' l'addio definitivo al calcio giocato?
«L'idea del libro è venuta perché ho avuto la fortuna di poter raccontare una storia, che va oltre alle semplici statistiche sportive. Nel libro c'è un percorso, di quello che sono stato e di quello che sono diventato. Una storia romantica, sentimentale, con un senso di appartenenza che ho avuto qui a Parma. E' la mia storia, raccontata. Il grosso riguarda Parma ma ci sono anche le altre esperienze».

Chiudiamo anche noi il cerchio parlando della tua famiglia: quell'abbraccio a tua moglie Cristiana e ai tuoi figli sul palco al Tardini, nel giorno dell'addio vale più di mille parole.
«La famiglia per me è sempre stato un appoggio importante. Sono sempre stato campo e casa: tanto i momenti belli quanto quelli brutti li ho sempre portati in famiglia. Li ho condivisi e insieme li abbiamo vissuti. Mi hanno sopportato e supportato, come avevo scritto nella lettera. Se non giochi, se le cose non vanno bene, non è che esci dallo spogliatoio e ti torna il sorriso. A casa ti girano le scatole uguale. Devi avere al tuo fianco una persona che capisce, che ti sostiene. E per me è stato così sin da quando avevo quattordici anni. Io e mia moglie abbiamo camminato insieme sin da allora».

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