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INTERVISTA

Martino Faggiani: «Da 18 anni alla guida del Coro del Regio»

02 novembre 2018, 06:00

Martino Faggiani: «Da 18 anni alla guida del Coro del Regio»

Mara Pedrabissi

Ha diretto la «Messa da Requiem» di Verdi 50, forse 60 volte: «Eppure c'è sempre qualcosa che non avevo visto». Martino Faggiani, maestro del Coro del Teatro Regio di Parma, «uno dei pochissimi a avere eseguito tutte e 27 le opere del Cigno», diventa scherzoso: «E' l'uomo della mia vita», per aggiungere subito dopo, con una consapevolezza che si fortifica nel tempo, «la musica è una specie di nuvolone, come quello di Fantozzi, e ogni anno diventa più grande mentre noi ci facciamo più piccoli, da quanto è difficile». Eppure le soddisfazioni non gli sono mancate.

Il Coro è stato uno dei protagonisti a tutti gli effetti di «Macbeth» e «Attila», le due opere rappresentate al Teatro Regio per il Festival Verdi. Nelle nostre pagelle relative al «Macbeth» inaugurale, il Coro ha ricevuto un 9 e mezzo...

«Il Macbeth, nell'edizione di Firenze, e l'Attila sono due titoli che danno grande visibilità al Coro. C'è stato anche un lavoro di squadra con direttori e registi. Questi, ritengo, i fattori del successo. Vorrei aggiungere l'impegno del Coro nel concerto diretto dal maestro Roberto Abbado in coda al Festival, con un programma tanto desueto quanto invece meritevole. E, recentissimo, il felice esito della Messa da Requiem di Verdi a Torino con l'Orchestra Sinfonica Nazionale della Rai diretta da Conlon. E questo non era scontato perché chiedere a noi, Coro di Parma, di eseguire il Requiem è come chiedere a un'orchestra sinfonica di suonare la Settima di Beethoven: si corre il rischio di cadere nella routine e questo, per un capolavoro, è letale. Per questo ringrazio di cuore, una ad una, le persone che hanno lavorato con me a questo progetto dal 17 agosto, cogliendo l'onestà di fondo che deve muovere un complesso corale nel fare musica».

Quest'anno ha raggiunto il traguardo dei 18 anni alla guida del Coro, da quell'edizione dell'allora Verdi Festival del Centenario, voluta dal sindaco Ubaldi che riaccese, faticosamente, la fiamma di una manifestazione sotto la cenere.

«Il 6 settembre abbiamo compiuto 18 anni. Devo ringraziare Bruno Cagli che qui a Parma ebbe una gestione un po' difficile ma il merito incontestabile di aver creduto all'iniziativa e averla fatta partire. Se non ci fosse stato lui, non ci saremmo noi. Devo aggiungere un tributo doveroso alla memoria del sovrintendente Gian Piero Rubiconi che ha saputo raccogliere l'eredità pesante lasciata dal professor Cagli, sostenendoci; come pure ci ha sostenuto Renata Scotto con la sua forza straordinaria data dalla consapevolezza di quanto sia difficile questo lavoro».

In questi 18 anni, il Festival ha vissuto degli alti e dei bassi. Nell'ultimo periodo, anche grazie alla certezza del finanziamento per legge, abbiamo visto un consolidamento.

«Noi abbiamo il merito di aver saputo resistere, soprattutto per amore verso Giuseppe Verdi. Non posso che ribadire i meriti dell'attuale dirigenza che, partita in condizioni difficili, lavorando e sapendo lavorare - perché la buona volontà è lodevole ma non basta- è riuscita far ripartire la macchina teatrale. Speriamo che si possa proseguire su questa strada, magari ampliando l'offerta della Stagione lirica».

Lei lavora con le voci. E' difficile reperirne di buone, oggi?

«Le voci ci sono e ci sono sempre state. E' cambiato il punto di osservazione. Una volta il maestro del coro aveva molto più tempo per preparare un repertorio più limitato. Oggi i pali delle porte si sono ristrette mentre l'asticella si è alzata: al Coro si chiede di essere innanzitutto attivo sulla scena, di avere prontezza, musicalità e naturalmente vocalità. Ciò non è facile per uno strumento riottoso, giornaliero e traditore come la voce. Allora il maestro del Coro deve innanzitutto saper ascoltare, con orecchie da elefante, poi ispirare fiducia: non è lì per giudicare ma per fare musica».

Qual è la sua idea di lavoro, qui a Parma come anche al Teatro La Monnaie di Bruxelles?

«Ho avuto due grandissimi maestri, Norbert Balatsch che ha 90 anni e Romano Gandolfi, scomparso nel 2006. Consideriamo che ci sono due scuole, sostanzialmente. Una italiana, mediterranea che privilegia il suono rotondo, più lirico; l'altra, più frequente nei paesi del Nord Europa, che privilegia un suono più leggero derivando dalla loro tradizione dei canti sacri nelle chiese. Io appartengo alla prima prima anche se guardo con rispetto alla seconda, puntando a una mediazione».

Quando è avvenuto l'incontro con Gandolfi?

«Romano l'ho conosciuto qui, nel 2001, e ho l'unico rammarico di averlo conosciuto e frequentato troppo poco. Lavorando accanto a quest'uomo, esteriormente dimesso, anche contadinesco, ti rendevi conto di quanto conoscesse perfettamente ogni nota e, soprattutto, di come avesse una determinazione che non ho visto in nessun altro maestro. Fa parte di quei grandi con cui ho lavorato, come Riccardo Muti, Claudio Abbado e - ci tengo a dire, dispiaciuto per le accuse che gli sono state rivolte - Daniele Gatti, che fanno musica già nel gesto di sollevare il braccio».

Ricorda il giorno in cui la musica è entrata nella sua vita?

«Benissimo. Era un pomeriggio dell'estate 1968, avevo sei anni, mia mamma Mirella, pianista, mi mostrò un pentagramma. Iniziai subito a leggere le note, perché i bambini sono spugne non perché fossi un prodigio. Anzi, ci ho messo un po' di tempo a capire quanto questa cosa, così difficile e complicata ma stimolante, fosse la mia vita. Ho dovuto aspettare la maggiore età, grazie al mio maestro di pianoforte Franco Medori».

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