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INCHIESTA

«Censi deve andare in carcere»: il pm fa appello al Riesame

06 novembre 2018, 06:03

«Censi deve andare in carcere»: il pm fa appello al Riesame

Georgia Azzali

Un largo sorriso. E poi quelle parole tra il serio e il faceto: «Ma così mi fate sentire come una rock star», aveva detto Andrea Censi ai fotografi che continuavano a scattare mentre i carabinieri lo accompagnavano in Municipio, subito dopo avergli consegnato una lunga lista d'accuse. Sono passati quattordici giorni, e da allora il sindaco di Polesine Zibello è rimasto chiuso tra le quattro mura di casa, come stabilito dal gip. Ma la procura aveva chiesto il carcere per Censi. E ora va al contrattacco, presentando appello al tribunale del Riesame. Tra le ragioni alla base dell'istanza, firmata dal pm Emanuela Podda, la «gravità dei fatti» di cui il sindaco è accusato. L'udienza davanti ai giudici bolognesi si terrà nei prossimi giorni. Finora Censi non ha deciso di lasciare la poltrona, ma per il gip i domiciliari sarebbero sufficienti non solo a tenerlo lontano dal suo ufficio in Municipio, ma gli impedirebbero anche di «mantenere contatti con altre persone finalizzati alla commissione di ulteriori reati». Di tutt'altra idea il pm, secondo cui solo il carcere potrebbe scongiurare il rischio di reiterazione dei reati.

Reati pesanti, che sono continuati nel tempo, per gli inquirenti. Corruzione, truffa, peculato, falso: Censi deve fare i conti con tutto questo. Negli anni il sindaco avrebbe creato un «sistema di malaffare», grazie a una cerchia di collaboratori, come il segretario generale del Comune Giovanni De Feo e il suo vice, Giancarlo Alviani Sorenti Merendi (tutti e due interdetti per un anno dai pubblici uffici), oltre che di alcuni amici fidati. Persone come Gianpietro Usberti, titolare dell'azienda agricola Casanuova, che da Censi avrebbe ottenuto grandi favori in cambio di altrettanto altruismo. Tra il 2015 e il 2016 l'imprenditore avrebbe versato al sindaco quasi 17.000. La contropartita? Il grande aiuto da parte del sindaco per il via libera all'ampliamento del capannone di Pieveottoville in modo che potesse essere quasi triplicato il numero di galline. Un'operazione che è costata a tutti e due l'accusa di corruzione.

Ma Censi avrebbe anche ripagato alcuni debiti personali con denaro del Comune, garantendosi così anche il favore di chi avrebbe potuto continuare ad aiutarlo economicamente. Lo stratagemma? Una serie di triangolazioni di denaro attraverso associazioni benefiche, dopo aver preparato delle false rendicontazioni che giustificassero le fuoriuscite di denaro dalle casse del Comune. Decine, inoltre, sono le delibere false scovate dagli inquirenti. Le auto dell'ente pubblico, poi, utilizzate come «cosa propria». Anche per andare ad acquistare la cocaina, secondo gli inquirenti. Persino il taxi sociale sarebbe stato usato per gli spostamenti personali.

«Andrea Censi ha creato un sistema... totalmente asservito agli interessi privatistici suoi e delle persone che lui stesso intende favorire ponendo in essere un numero estremamente elevato di reati che, per la loro gravità e varietà, dimostra una totale assenza di scrupoli e di senso della legalità», aveva annotato nell'ordinanza di custodia cautelare il gip, facendo finire il sindaco ai domiciliari. Ma la procura voleva il carcere. E ha deciso di andare avanti.

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