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PELLEGRINO

Morte di Lucio Sacchi, confermata la condanna a 6 anni e 8 mesi per il fratello

06 novembre 2018, 06:00

Morte di Lucio Sacchi, confermata la condanna a 6 anni e 8 mesi per il fratello

Georgia Azzali

Due fratelli divisi da tempo. Eppure costretti a condividere giornate (e affari) nella gestione dell'azienda agricola di famiglia a Careno, una manciata di chilometri da Pellegrino. Solo due anni di differenza tra Lucio e Giancarlo Sacchi, ma un abisso di incomprensioni. Fino al pomeriggio del 15 gennaio 2014, quando le grida e gli insulti sono solo il prologo di un finale tragico. Lucio, 56 anni, piomba sul pavimento della cucina di casa e muore, dopo essere stato aggredito dal fratello: una raffica di ceffoni e molto probabilmente anche un pugno in faccia. Poco meno di un anno fa la Corte d'assise di Parma aveva condannato Giancarlo Sacchi a 6 anni e 8 mesi per omicidio preterintenzionale, riconoscendogli le attenuanti generiche prevalenti, e nei giorni scorsi la Corte d'assise d'appello di Bologna ha confermato la sentenza, come richiesto in udienza dal sostituto procuratore generale. Intatte anche le provvisionali (50mila euro a testa) per la moglie e i due figli di Lucio, che si erano costituiti parte civile, assistiti dagli avvocati Fabrizio Poggi Longostrevi e Matilde Rogato. Per il risarcimento complessivo bisognerà invece attendere il giudizio civile. Da quel 15 gennaio Giancarlo è sempre rimasto libero, perché non c'erano i presupposti - secondo la procura - per far scattare il fermo. E continuerà a restare in libertà fino a quando la sentenza diventerà definitiva. Per la difesa di Sacchi, infatti, rimane ancora eventualmente da giocare la carta della Cassazione, una volta lette le motivazioni della sentenza d'appello.

Giancarlo, 63 anni, non voleva uccidere (da qui l'accusa di omicidio preterintenzionale), ma è altrettanto chiaro che anche per i giudici d'appello c'è un nesso diretto tra le botte e la morte di Lucio. Secondo Lorenzo Marinelli, il consulente medico-legale della procura, quel giorno Lucio, in evidente stato di ubriachezza, fu aggredito dal fratello con una violenza inaudita: i colpi gli fratturarono le ossa nasali. Ma è stata la caduta a terra a far precipitare le cose, perché in breve tempo si scatenò una grave emorragia nelle vie aeree che poi portò alla perdita di coscienza. Inoltre, la gravità delle lesioni e il fatto che quel giorno Lucio avesse bevuto parecchio (il tasso alcolemico era 2,65) hanno portato ben presto all'ostruzione delle vie respiratorie e poi all'arresto cardiaco. La frattura del naso, poi, sarebbe stata provocata non da una serie di schiaffi ma da un pugno ben assestato: secondo il medico legale, infatti, la contusione rilevata quel giorno al metacarpo della mano destra di Giancarlo Sacchi era compatibile con un pugno. Lui ha sempre negato di aver spinto il fratello. E la difesa, durante il processo, aveva sostenuto che il contatto fisico era avvenuto tra Lucio e l'anziana madre, mentre Giancarlo sarebbe intervenuto per liberare la donna, dando anche qualche schiaffo, mentre Lucio sarebbe caduto su un fianco senza alcuna spinta. La madre se ne è andata prima di poter eventualmente raccontare al processo la trama di quel giorno. Ma secondo la difesa, Lucio era ancora vivo all'arrivo dei soccorritori, che provarono a far ripartire il suo cuore con il defibrillatore. Un tentativo «doveroso», ma in realtà - secondo l'accusa - l'autopsia non lascia dubbi: Lucio era già morto. E ora spetterà alla Cassazione (se la difesa farà ricorso) scrivere l'ultima parola su quel tragico pomeriggio.

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