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MONCHIO

Storia di Geremia, pastore di 10 anni

06 novembre 2018, 06:00

Storia di Geremia, pastore di 10 anni

Beatrice Minozzi

Non è mai entrato in una sala giochi, conosce i monti come le sue tasche e da grande vuole fare il pastore. Ha le idee ben chiare Geremia Fortini, che a soli 10 anni sa già con esattezza cosa farà nella vita. Anzi, a dire la verità lo sapeva già a sei anni. Non certo il calciatore. No, il calcio non gli interessa. Non il meccanico o il boscaiolo, come sogna qualche suo compagno di classe della quinta elementare di Monchio. Non un lavoro d'ufficio, sia mai che debba passare la sua vita rinchiuso tra quattro mura. «Io da grande farò il pastore», sentenzia. Sarà una questione di Dna: la tradizione della pastorizia è insita nei geni dei Fortini e il nonno Giuseppe, che ora vende formaggi e salumi, fino a quando il suo fisico glielo ha consentito faceva il pastore. E' stato lui, nonno Giuseppe, raccontando le sue avventure di pastore, a far amare al nipote questo antico mestiere. In fondo, «pastori si nasce», come ripete spesso il «mentore» di Geremia, Giancarlo Boschetti, pastore della vicina Toscana che in estate porta il suo gregge di circa 200 pecore di razza massese e qualche capra a pascolare sulle pendici del monte Navert.

«E tu sei nato pastore» assicura Giancarlo rivolgendosi a Geremia, che quest'estate (come le tre precedenti) ha trascorso più tempo nei pascoli d'alta quota che a casa. E' qui che ha imparato l'arte della pastorizia. E' qui che - cogliendo gli insegnamenti del suo maestro - ha carpito i trucchi del mestiere. E quest'estate sono arrivate anche le prime responsabilità. «Per la prima volta mi hanno dato l'opportunità di provare a gestire in autonomia il gregge per qualche ora. All'inizio pensavo di non essere in grado, ma ce l'ho fatta» racconta soddisfatto, scandendo poi i ritmi della giornata di un piccolo pastore. «La mattina si fa il formaggio - spiega - poi si porta il gregge a pascolare. Quando si torna alla base, poco prima del tramonto, si mungono le pecore e le capre, poi si mangia e di nuovo si fa il formaggio. Poi si va a letto, nelle roulotte vicino al recinto delle pecore».

«Io per ora mungo solo le capre - ammette -, anche se sto imparando anche a mungere le pecore. E' una questione anatomica, mungere le capre è più facile, per mungere le pecore ci vuole più manualità».

Ha potuto anche fare pratica a casa, a Monchio. Quale regalo più azzeccato, per un piccolo pastore in erba, se non Camomilla, una dolcissima capra? Era lei la preferita di Geremia, e Boschetti lo sapeva bene, tanto che gliel'ha regalata per un compleanno. Camomilla ora non c'è più, dopo di lei ce ne sono state altre, che Geremia ha allevato con amore e passione. «Con il latte di capra ho fatto anche il formaggio - racconta -, solo 3 o 4 forme mi sono venute bene, ma quelle erano davvero buone». E' una vita dura quella del pastore, ma Geremia non si fa certo intimorire. «Perché mi piace? - spiega - Perché posso stare all'aria aperta. Poi mi piace il suono dei campanacci, è come musica, mi rilassa e mi fa compagnia quando sono da solo».

La stoffa certo non gli manca, e Geremia ha già dato dimostrazione delle sue capacità. Sa come gestire un gregge, ha l'occhio per i difetti delle pecore, conosce tutti gli angoli di questa parte di Appennino. Dovrà però studiare. «Dopo le medie mi iscriverò ad Agraria» conferma. Perché studiare è importante, come conferma Roberta Graiani, psicologa, che ha curato la prima Rassegna della Pecora Cornigliese che si è tenuta a Corniglio a fine settembre.

«Se si vuole preservare ed incentivare la pastorizia è necessario fornire alle nuove generazioni strumenti e competenze in grado di integrare tradizione e modernità. Auspico quindi si inizi a pensare alla creazione di una scuola ad hoc nel nostro territorio montano, che per secoli è stato la culla di questa tradizione, una scuola quindi che diventi un'opportunità di valorizzazione della montagna e insieme di promozione di pratiche di allevamento tradizionali e sostenibili, economie di cui abbiamo tanto bisogno».

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