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VIOLENZA

Botte e sigarette spente sulla pelle dal compagno: lui viene condannato, ma lei vuole tornare da lui

09 novembre 2018, 06:03

Botte e sigarette spente sulla pelle dal compagno: lui viene condannato, ma lei vuole tornare da lui

GEORGIA AZZALI

«Io lo amo, non posso stare senza di lui». Eppure lui è il carnefice che ti ha riempito di botte per oltre un anno e ha spento la sua rabbia affondando anche qualche mozzicone di sigaretta sulla tua pelle. Ha subito tutto questo, Patrizia (il nome è di fantasia, ndr), ma appena lui ha indossato la maschera dell'uomo mortificato, giurando che «mai più sarebbe successo», l'ha rivoluto accanto a sé. La decisione di fare denuncia si è dissolta. Ma altre voci hanno raccontato quei mesi di sopraffazione: i figli di Patrizia, nati dal suo precedente matrimonio, hanno parlato per quella madre inchiodata alle sue paure. E per l'uomo, un 50enne parmigiano, la condanna, come richiesto dal pm Laila Papotti, è comunque arrivata: 2 anni e 4 mesi per maltrattamenti.

E' la storia di Patrizia. Ma è l'abisso di tante altre. Ci sarebbero dinamiche psicologiche complesse da indagare e retaggi culturali da analizzare per tentare di spiegare l'inspiegabile. A 50 anni, Patrizia aveva pensato di poter scommettere su un nuovo orizzonte insieme a quell'uomo. Che pure aveva un passato ingombrante: era già finito sotto processo e condannato - sebbene non in via definitiva - per maltrattamenti nei confronti della sua ex. Ma Patrizia forse non sa o più probabilmente decide di «cancellare» quella macchia e, tra la fine del 2016 e l'inizio del 2017, comincia a frequentarlo. Per la convivenza è ancora presto, ma almeno tre-quattro volte alla settimana si incontrano a casa di lei. E fin dai primi tempi i figli di Patrizia - una ragazza e un ragazzo, di 26 e 23 anni - non possono fare a meno di notare ciò che sta scritto sul viso e il corpo della madre: lividi che compaiono troppo spesso, nonostante lei tenti di nasconderli. «Lascialo, non puoi continuare così», le ripetono con insistenza.

Ma Patrizia ha già scelto. Sarà lei a salvarlo. E decide di farlo venire a vivere a casa sua. Non c'è tempo per l'idillio, perché i segni delle botte diventano sempre più evidenti. Quando poi i due figli vanno a vivere altrove, la situazione degenera: il compagno aggredisce Patrizia, le prende la testa e la sbatte contro un armadio. Violento e sadico, arriva a spegnerle un paio di sigarette su una spalla e sulla fronte.

Eppure Patrizia continua a recitare il solito rosario di scuse. E il medesimo mantra: «Io lo amo». Fino al 23 maggio scorso, quando un vicino sente delle grida disperate e chiama i carabinieri. Patrizia è paralizzata dalla paura, ma in quel momento trova la forza di raccontare il suo calvario privato. Mostra anche i segni delle sigarette sul corpo, mentre i carabinieri filmano tutto, e racconta anche di essere stata minacciata con un fucile ad aria compressa. Dice di voler denunciare. E subito dopo va in Pronto soccorso.

L'attesa si prolunga fino a tarda sera. Lei si stanca. Ma è solo una scusa. Un'altra scusa. Lui l'ha già chiamata per chiederle perdono. E Patrizia risponde ancora una volta sì. Nemmeno la figlia riesce a convincerla a fare denuncia. Patrizia ha il corpo e il cuore spezzati dalla violenza. Ma rivuole quell'uomo accanto a sé. Un cortocircuito surreale. Eppure drammaticamente vero.

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