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VERSO PARMA 2020

Pilotta, rivoluzione copernicana

12 novembre 2018, 06:01

Pilotta, rivoluzione copernicana

Lucia Galli

Il nome gliel’hanno dato i soldati spagnoli, facendo saltare la palla nei suoi cortili, fra una battaglia ed una sortita. Ora, alla Pilotta a rimbalzare non è più la palla, ma le responsabilità. Questo è il più bel museo di Parma: a colpi di grazia e cultura contribuisce pure a combattere un degrado cronico della piazza e dei voltoni su cui affaccia.

I circa 150 mila visitatori l’anno ne fanno uno dei luoghi più amati in regione. Eppure la Pilotta ha anche un altro record meno positivo: quello di riuscire a fare gli straordinari con la metà delle forze che servirebbero. La carenza di personale qui è quasi storia. Fra custodi di quasi un terzo sotto organico che, per contratto - si spera ancora non per molto - fanno pure i turni di notte, il museo è sorvegliatissimo quando è chiuso, ed è in parte chiuso quando dovrebbe essere aperto, in primis la domenica mattina. I volontari? La possibilità di coinvolgerli, per rimpinguare la sorveglianza, è calibrata sull’organico. Ridotto il primo, insufficienti i secondi. La colpa? Va cercata a Roma, nei meandri dei ministeri e dei faldoni di scartoffie dove starebbe scritto che sì, un nuovo concorso ci vorrebbe. Ma per ora è rimandato sine die. E allora a Parma la gestione di mezzi e finanze si fa «creativa» e gli investimenti si centellinano con il più antico dei rimedi: quello di rimboccarsi le maniche.

Più che un museo, la Pilotta è un’esperienza: pinacoteca, museo archeologico, il teatro Farnese che il mondo ci invidia, la Palatina, una biblioteca come poche in Italia, una collezione - la Bodoni - che traccia un excursus unico sullo sviluppo del libro a stampa. Un contenuto straordinario, un contenitore ancor più suggestivo: eppure la Pilotta, con la tenace semplicità di quei mattoni che la plasmano, non è un palazzo ferito solo dalle bombe del 1944, ma anche da una certa burocrazia che ne imbriglia il potenziale enorme e che avrebbe fatto storcere il naso anche al più pacato dei Farnese.

Oggi ad abitarlo ci sono donne straordinarie: dalla Scapigliata di Leonardo alla Schiava Turca di Parmigianino, alle eteree signore di Amedeo Bocchi, alle tante madonne dei Fondi oro, fino alle matrone romane che arrivano dalla via sacra di Velleia. Tutte schierate nel nome di quella Maria Luigia che, scolpita dal Canova, sembra ancora indicare dal salone ottocentesco la politica culturale della città. Qui il futuro, però, è stato messo in cantiere meno di due anni fa, quando, alla guida di questo luogo che lo Stato dovrebbe custodire come un patrimonio e che, invece, pare spesso dimenticare, è arrivato da Parigi, via Abu Dhabi, Simone Verde.

«Ha fatto più lui in pochi mesi che tutti gli altri in decenni», sussurrano alcuni custodi mentre altri invocano, fra il serio e il faceto, la pensione e il riposo, dopo questa accelerazione full gas. Altri ancora - e qui ormai la vulgata assume toni leggendari – giurano di averlo visto togliere le ragnatele, aggiustare vetri rotti, liberare i cancelli da vecchie lamiere, per rendere visibili altri spazi, come l’antico tribunale disegnato dal Petitot verso borgo della Cavallerizza.

Recuperare angoli e sale dimenticati: questo l’imperativo gentile ma fermo del new deal. Nel giro di qualche anno la rivoluzione sarà copernicana con l’arrivo di book shop, bar e di un ristorante che potrebbe accelerare la riapertura anche del cortile del Guazzatoio. Per ognuno dei «gioielli» del palazzo è prevista una nuova vita e, intanto, si apprezzano già i primi risultati: mai lo scalone è stato così bello (e pulito); rinnovato il vestibolo che introduce a teatro e che, con opere e reperti traccia un sunto della grande bellezza che si andrà scoprendo con la visita.

Nuova anche la biglietteria, anche se gli spazi sono rimasti boutique, con una balaustra provvisoria e bruttina ad evitare qualche capitombolo sulle scale monumentali. Nuovo il percorso intorno e dietro al Farnese che anticipa, con due sale di recente apertura, il grande salone dove, di fronte ad un camino del Petitot recuperato dai depositi, ha trovato rinnovata vita il trionfo da tavola del Campeny. Ad ogni nostra visita qualcosa era cambiato e qualcos’altro stava per succedere. Spente, però, le luci e la ribalta recente delle giornate del patrimonio, del Fai e delle promesse, viene da pensare che chi, intanto, arrivi a Parma da oggi al 2020 possa non conoscere il futuro prossimo e luminoso di questo complesso né i problemi, tipicamente all’italiana, in cui è attualmente imbrigliato e constatare semplicemente che, a fronte di un biglietto intero ed in linea con ogni museo italiano, molti degli spazi siano chiusi alla visita, molti in allestimento. Il visitatore di oggi noterebbe anche che non ci sono che poche righe di inglese fra didascalie e pannelli, che mancano un’audioguida o almeno una brochure per la visita, che non si possa comprare, come souvenir per un successivo ripasso, né un album né un catalogo, mai più ristampato da decenni. La rivoluzione, però, si sa, passa anche dalle piccole cose.

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