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MOSTRA

Le foto di Furoncoli raccontano il Sessantotto a Parma

14 novembre 2018, 06:00

Le foto di Furoncoli raccontano il Sessantotto a Parma

ANTONIO BERTONCINI

Ha fatto bene Franco Furoncoli ad intitolare «Il mio Sessantotto» la mostra che aprirà venerdì 16 novembre alle 18 alla libreria Mondadori all’Eurotorri. Ha fatto bene perché il suo è un punto di vista molto particolare, non da militante, ma da osservatore quasi esterno, da testimone apparentemente distaccato, verrebbe da dire un pesce fuor d’acqua, ma non per questo meno partecipe della vita intensa di quel tempo.

Nel Sessantotto Franco studiava geologia all’Università, ma non ha mai messo piede dentro la sede dell’Ateneo occupata. Eppure già allora aveva una grande passione, quella che gli ha impedito di fare il geologo: la fotografia. Non indossava l’eskimo, non portava gli occhialini tondi e non aveva i capelli lunghi, ma era curioso di conoscere, di osservare, di documentare quel che stava accadendo con la sua Nikon nuova di zecca. Così ha interpretato a modo suo la rivolta giovanile a Parma, ma anche a Londra e poi a Parigi, e ci ha messo anche i grandi eventi jazz, la sua seconda passione, come quello mitico di Miles Davis, che ha ascoltato con religiosa attenzione e fotografato al concerto di Milano. Ha fatto tutto questo con la sua voglia di un giovane che divora la vita, consapevole che il mondo stava cambiando e che lui, almeno con il suo obiettivo fotografico, non poteva restarne fuori.

Così il Sessantotto di Parma ha avuto un militante in meno ma un artista di più. Quello straordinario patrimonio di scatti è stato religiosamente conservato per mezzo secolo in una scatola piena di negativi nel suo studio di casa, un indistruttibile ricordo dei suoi «migliori anni», come li definisce lui stesso, quelli della «meglio gioventù». Da quel patrimonio, che oggi esce allo scoperto, ha ricavato le 30 immagini in bianco e nero e i 6 poster a soffitto che resteranno esposti all’Eurotorri fino alla fine dell’anno.

Ne parla senza enfasi, quasi scusandosi di aver fatto la parte dell’osservatore, dell’attore non protagonista, in una vicenda sostanzialmente estranea al suo modo di pensare, ereditato da una famiglia poco propensa ad assecondare l’impeto rivoluzionario e le bandiere rosse nei cortei.

«A quel tempo – ricorda – ero un fotografo dilettante. Da poco avevo acquistato la mia prima Nikon e sviluppavo le immagini in cantina con mezzi di fortuna. Ero diplomato geometra ed ero iscritto al terzo anno di Geologia, ma chimica e fisica proprio non mi entravano in testa. Avevo solo una grande passione per la fotografia. La decisione di dare una svolta alla mia vita la presi più avanti, nel 1970, quando un giorno risposi ad un’inserzione dello studio Bassi, che allora andava per la maggiore, ed ottenni l’incarico per un servizio fotografico ad un matrimonio. Lì sono rimasto per un paio d’anni, poi mi sono messo in proprio ed ho aperto lo studio Foto Zoom in via XXII Luglio, dove ho lavorato tutta la vita».

Torniamo al Sessantotto: lei che non è stato un protagonista di quella stagione, come mai ha deciso oggi di farne oggetto di una mostra fotografica?

«In effetti nel Sessantotto non ho occupato nulla, non ho partecipato ai cortei della contestazione. La verità è che ero un moderato e mal sopportavo le ideologie che progressivamente stavano pervadendo il Movimento, lo allontanavano dalla originaria spontaneità. Tuttavia respiravo il clima dell’epoca, capivo che il mondo stava cambiando e non volevo restarne fuori. Per me gli americani erano i “buoni”, e non andavo a gridare “Nixon boia!” nei cortei. Ma gli assassinii di Bob Kennedy e Martin Luther King, e soprattutto le stragi compiute durante la guerra in Vietnam, così come la Primavera di Praga, mi indussero a ripensare alla mia visione del mondo e, a modo mio, ad immaginarne uno diverso. Così entrai nella contestazione in punta di piedi, standone a lato, ma c’ero anch’io, con la mia Nikon».

Quali eventi ha documentato nel Sessantotto parmense?

«Semplicemente ho cercato di cogliere lo spirito del tempo con la mia personale sensibilità. Ho scattato immagini davanti all’Università, sul sagrato del Duomo mentre gli occupanti venivano trascinati via dalla forza pubblica, sono stato nel manicomio durante l’occupazione, ho pure fotografato i grandi cortei degli studenti medi in Pilotta e davanti alla Prefettura, e lo schieramento della polizia in Piazza per il comizio interrotto di Almirante. Ho persino preso un cazzotto davanti al Regio, ma non sono mai andato alla Salamini, una vicenda verso la quale mi sentivo allora troppo estraneo. Invece mi riconoscevo appieno nel teatro di strada del CUT (Collettivo Universitario Teatrale) con Walter Le Moli, Paolo Bocelli e Gigi Dall’Aglio, e documentavo gli straordinari concerti jazz dei grandi musicisti americani. Così come ero al Regio per lo spettacolo indimenticabile del Living Theatre. Erano tempi di grande creatività. Uscivamo dagli anni Sessanta con il grande cinema e con tanti Oscar Mondadori di autori del novecento nella libreria di casa. Allora si leggeva».

Tutto questo si trova in mostra all’Eurotorri. Ma c’è anche il suo Sessantotto vissuto all’estero…

«Sì, nel Sessantotto sono stato a Londra, dove ho scoperto i cappelloni e i figli dei fiori, sono state settimane intensissime. E l’anno dopo sono andato a Parigi con Daniela, che poi sarebbe diventata mia moglie e compagna di una vita. Ho fotografato volti, ho colto particolari, persone e cose. Una famiglia che passeggia la domenica in Giardino Ducale o i giovani in Hyde Park o lo strillone che vende a Parigi il giornale con Armstrong che passeggia sulla Luna, raccontano il periodo meglio di un documento sull’occupazione della Sorbona o sui cortei agli Champs Elysèes».

Non ha vissuto quell’anno con il rimpianto di un’esperienza mancata?

Furoncoli ci pensa un po’ poi risponde: «No, quello era semplicemente il mio Sessantotto, e l’ho vissuto con le mie fotografie, che oggi ho deciso di condividere con chi ha voglia di vederle».

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