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economia

Intervista esclusiva a Vincenzo Boccia. "La manovra non funziona e la Tav è necessaria

di Aldo Tagliaferro -

11 dicembre 2018, 15:00

Intervista esclusiva a Vincenzo Boccia. 

Dopo il «caffè» dal vice premier Matteo Salvini domenica scorsa che ha segnato la ripresa del dialogo tra imprese e governo, oggi il mondo dell'imprenditoria italiana incontrerà l'altro vice premier Luigi Di Maio. La realtà produttiva e l'esecutivo, le cui posizioni erano distanti sulle misure da inserire nella legge di stabilità, hanno acuito lo scontro sul tema delle infrastrutture quando il governo ha tirato il freno sulla Tav Torino-Lione. Lunedì della scorsa settimana a Torino oltre tremila imprenditori in rappresentanza della «nazionale del Pil» (il 65% della ricchezza nazionale prodotta) hanno chiesto più attenzione alle infrastrutture mandando un messaggio chiaro: «Sì alla Tav» e bocciando la manovra.
Alla vigilia dell'incontro con Di Maio abbiamo chiesto al presidente di Confindustria Vincenzo Boccia le ragioni del mondo imprenditoriale.

L'Italia che produce a Torino ha alzato la voce: perché l'esecutivo non sa cogliere le richieste delle imprese?

Purtroppo il rallentamento dell’economia globale, della Germania e i primi dati di stanchezza dell’export rende molto più attuale una capacità di reazione della politica economica del Paese.

Le prime risposte sulla Tav arrivate mercoledì non sembravano incoraggianti...

A nostro avviso nel Paese si sottovaluta la cosiddetta questione temporale ossia in quanto tempo facciamo quello che diciamo. Avere una posizione dilatoria su tale questione non aiuta né a crescere e né ad attivare soluzioni anche in rapporto alla crisi occupazionale del settore delle costruzioni che riguarda grandi gruppi italiani e tantissime piccole e medie imprese.

Forse vi siete mossi in ritardo? O gli imprenditori sono costretti a prendere il posto di un'opposizione che non incide?

Da tempo stiamo esprimendo in ogni sede le nostre criticità in merito alla manovra, le nostre preoccupazioni in termini di scenario e le nostre proposte. La questione Tav ha di fatto compattato il mondo dei protagonisti dell’economia su tre punti fondamentali: sì alla Tav, sì alle infrastrutture e alle opere manutentive e sì alla crescita.

Quanto servono al Paese le grandi infrastrutture e cosa rischiamo con i cantieri fermi?

Servono a connettere periferie a centri, centri tra di loro, ed in questo sono parte per un progetto di una società che include, sono determinanti per la visione dell’Italia che immaginiamo ossia centrale tra Europa e Mediterraneo, aperta ad est e ad ovest: arrivano cantieri e posti di lavoro.

Quello che è accaduto a Torino, con un fronte che vale il 65% del Pil che si muove compatto, è destinato a cambiare le dinamiche nelle relazioni in questo Paese?

Speriamo di sì. Di fatto abbiamo già assistito a un cambiamento: per la prima volta, grazie al vice premier Salvini, questo Governo ci convoca e ci offre la possibilità di esprimere le nostre premure e proposte. E questo ha fatto sì che l’incontro previsto per martedì sulla semplificazione e le piccole imprese, da quanto emerge dalla lettera di Di Maio al Sole 24 ore, si è trasformato in un confronto più ampio che ci auguriamo riguardi la crescita e analizzi le premure del mondo delle imprese senza pregiudizi e con la volontà di costruire soluzioni.

Cosa salva di questa manovra?

Il metodo: è giusto capovolgere il ragionamento seguito finora e partire dai risultati che si vogliono raggiungere piuttosto che dai saldi di bilancio. La nostra aspettativa è che gli incontri possano servire anche ad affrontare altri temi in una visione organica della politica economica e quindi andare oltre un’Agenda di Governo che da 6 mesi circa parla solo di 3 argomenti: flat tax per gli autonomi, riforma pensioni e reddito di cittadinanza. E quindi cominciare ad affrontare anche le altre priorità del Paese.

Una manovra in deficit vi troverebbe d'accordo se le misure rilanciassero davvero il Paese?

Lo abbiamo detto: una manovra in deficit si giustifica solo se è in grado di alimentare la crescita e dimostrare che per questa via deficit e debito possono diminuire.

Parliamo di tasse. Riponevate fiducia nella flat tax, ma interesserà solo qualche piccola partita Iva. La Cgia calcola 6,2 miliardi di maggiori imposte per le imprese. Pare difficile accontentarsi del taglio dell'Imu sui capannoni...

La nostra proposta resta quella delle Assise di Verona: cominciare con l’applicare la flat tax al mondo delle imprese abbassando il cuneo fiscale a tutto vantaggio dei lavoratori, come proposto nel Patto della Fabbrica, e azzerandolo del tutto per i giovani assunti a tempo indeterminato, nonché detassando i premi di produzione per permettere di accelerare in merito allo scambio salari produttività. La missione principale del Paese, individuata e rimarcata da Confindustria, resta il lavoro, creare occasioni per incrementare l’occupazione.

Misure che avevano funzionato come Industria 4.0, credito di imposta su R&S o sugli investimenti al Sud perché sono state ridimensionate? Non servivano?

Sono provvedimenti che hanno comportato un incremento della quota di export del 7% e degli investimenti privati del più 30% nel 2017 rispetto al 2016 e a nostro avviso provvedimenti che hanno realizzato effetti come questi sulla economia reale andrebbero potenziati dato il contesto e non depotenziati.

Quanto pesa questo governo sul calo del Pil e sull'andamento lento dell'occupazione?

Come detto, la congiuntura internazionale non ha aiutato la crescita, proprio per questo se aggiungessimo l’incremento dello spread e la fine del Quantitative Easing ci renderemmo conto che occorre agire e individuare soluzioni.

Il «nemico» è M5S? O anche la Lega sta disattendendo le richieste della base imprenditoriale?

Abbiamo grande rispetto per i partiti e per le istituzioni del Paese. Il nemico è la decrescita, la minore occupazione, i divari che vanno ridotti ed eliminati.

Ma c'è qualche responsabilità che si sente di attribuire all'industria italiana per il ritardo soprattutto tecnologico rispetto ad altri Paesi?

La manifattura italiana è la seconda in Europa dopo la Germania nonostante i molti vincoli competitivi che deve scontare. E l’industria italiana è ai primi tre posti al mondo in ben otto settori. La vera rivoluzione in questo Paese sta avvenendo nelle fabbriche anche grazie agli strumenti di Industria 4.0. Certo, non tutti i produttori sono diventati imprenditori a tutto tondo. Questa transizione va accompagnata.

Tre cose che servirebbero subito alle imprese

La conferma dell’impianto di Industria 4.0 e del credito d’imposta per la ricerca e lo sviluppo, i pagamenti della Pa alle imprese e aprire immediatamente i cantieri.

Gli investimenti rallentano: colpa dell'incertezza o siamo davvero l'inizio di una nuova crisi?

Rallentano perché c’è incertezza e anche perché rallenta l’economia mondiale condizionata dalla guerra dei dazi che coinvolge Usa e Cina con conseguenze negative anche per l’Europa e l’Italia.

Lo spread alto non aiuta nessuno. A partire delle banche: il credit crunch è solo un timore o già si avverte?

Lo spread alto intacca il valore dei titoli pubblici detenuti dalle banche che vedono così ridurre il proprio capitale con la conseguenza di poter prestare meno soldi a imprese e famiglie e a un costo più elevato. Anche il servizio del debito pubblico diventa più costoso ancora una volta a danno dei contribuenti. Ma siamo ancora in tempo a fermare questa spirale.

Il braccio di ferro con l'Europa - alla luce anche delle trattative sulla Brexit - cosa ci insegna?

Che il discorso non può essere Europa Sì/ Europa No ma quale Europa vogliamo. Evidentemente noi pensiamo a un’Europa capace di diventare il miglior posto al mondo per imprese, giovani e lavoro. Un’Europa dove al patto di stabilità e crescita si sostituisca un patto di crescita e stabilità perché è la crescita a garantire la stabilità e non viceversa. Un’Europa coesa al suo interno perché la sfida non è tra Paesi d’Europa ma tra Europa e il mondo esterno.