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Solidarietà

Il dono per le nozze d'oro? Una scuola in Sierra Leone

15 dicembre 2018, 06:00

Il dono per le nozze d'oro? Una scuola in Sierra Leone

Vanda e Mario, cinquant'anni di matrimonio. Cosa regalare a due coniugi che hanno già tutto, anche il superfluo? I figli, Stefania e Pietro, hanno pensato di donare loro una scuola. Sì, proprio una scuola elementare, dedicata a San Conforti e destinata a bambini che il superfluo non sanno nemmeno cosa sia. Anzi, molti di loro non hanno nemmeno il necessario. In una parrocchia di Makeni in Sierra Leone, uno dei Paesi più poveri al mondo, questi bambini avranno un'opportunità: potranno studiare, avranno un pasto assicurato e, con la divisa della scuola, avranno anche un abbigliamento adeguato.

Attualmente, sono più di 45mila i ragazzi che, grazie ai Missionari saveriani e ai Missionari giuseppini, stanno beneficiando di queste opportunità e frequentano le scuole cattoliche della Diocesi tra le elementari, le medie primarie e secondarie, le scuole professionali, fino all'Università che conta duemila iscritti e ha come rettore il vescovo saveriano Natale Paganelli.

Superare l'analfabetismo, far crescere il livello culturale, formare una classe dirigente. Sono questi gli obiettivi primari dei missionari. Soltanto in un secondo momento, a chi chiede cosa li spinga a portare il loro contributo di solidarietà e di fratellanza e il loro magistero, parlano di ciò in cui credono; parlano di precetti evangelici e creano comunità intorno alle loro parrocchie.

Da oltre trent'anni, sulla scia di Amos Grenti, gli Amici della Sierra Leone (www.amicidellasierraleone.it) costituiscono il tramite tra la generosità dei parmigiani e l'attività dei missionari. «Con il loro contributo generoso ci è stato possibile costruire ponti, scuole, pozzi, centri sociali, ricostruire strutture devastate o distrutte da una lunga guerra civile, come l'ospedale di Lunsar. I nomi di questi amici benefattori sono oggi impressi sulle opere realizzate grazie a loro, per essere letti da tanti occhi, tutti quelli nei quali hanno acceso gratitudine e speranza». Sono parole tratte dalle memorie di Grenti che descrivono le condizioni di vita in un Paese devastato dalla guerra civile e più recentemente dall'Ebola, ultimo Paese, 293esimo su 293, nel Rapporto ufficiale sullo sviluppo umano delle Nazioni Unite per reddito pro capite, per speranza di vita della popolazione, per mortalità infantile e per condizioni sanitarie.

L'attività dell'associazione non è sfuggita all'attenzione del Vaticano, tanto che Benedetto XVI ha insignito Amos Grenti e Giorgio Pavarani – unici parmigiani dal dopoguerra ad oggi - della Croce d'Oro Pro Ecclesia et Pontifice, altissima onorificenza vaticana istituita dal Sommo Pontefice Leone XIII nel XIX secolo per «rimeritare le benemerenze verso la Chiesa e la persona del Romano Pontefice».

Un episodio soltanto, a titolo esemplificativo, per testimoniare l'impatto dell'attività dei missionari sugli assetti sociali del paese. Un episodio di qualche settimana fa che ha profondamente commosso il vescovo Paganelli e la delegazione degli «Amici». Siamo ad Yiben, un villaggio sperduto nella savana, raggiungibile dopo oltre sessanta chilometri di sterrato con buche profonde, non percorribile durante la stagione delle piogge. Siamo in una chiesetta dedicata alla memoria di Ferruccio Micheli. Dopo l'omelia del vescovo, chiede di parlare il capo del villaggio. Premette di essere musulmano come la maggior parte degli abitanti, cosa che non gli impedisce di partecipare alle cerimonie religiose dei cattolici. Esprime grande interesse per l'insegnamento portato dai missionari a loro e ai loro figli. Dice che il problema non è credere in un Dio o in un altro. Il problema è a quali principi ispirare le relazioni tra le persone e le regole di vita all'interno del villaggio.

In passato, il controllo sociale all'interno del villaggio era basato sulla violenza. Accadeva non di rado che il consiglio degli anziani, anche come monito per tutti gli abitanti, decidesse di punire severamente comportamenti ritenuti contrari alle regole del villaggio. Nei casi più gravi, le persone condannate dal consiglio non arrivavano vive alla fine dello stesso giorno. Conclude riconoscendo che la frequentazione con i missionari ha cambiato la mentalità di molte persone che hanno imparato a coltivare il rispetto e l'attenzione per gli altri, hanno appreso il valore della solidarietà e dell'aiuto reciproco. Chi è povero ha imparato ad aiutare chi è ancora più povero.

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